Berthe Marceau, la portinaia del 17, sa tutto ciò che avviene nel palazzo, nel cuore di Montmartre.
È lei la regista di quel vecchio edificio, lei che vive giornate uguali scandite dal passaggio degli inquilini, dalle loro chiacchiere, dall’abitudine di lasciare, oppure no, sbattere le porte.
Una serie di comportamenti tipici, per ciascuno di loro, che li identifica, li fa riconoscere, senza che Berthe necessariamente li veda.
Ecco perché, la mattina in cui Monsieur Gorin non si presenta a ritirare il suo quotidiano, non ci sono dubbi.
Qualcosa è accaduto.
Tra gli inquilini c’è un commissario di Polizia, Antoine Lefevre, ora in pensione. E un poliziotto, in realtà, in pensione non ci va mai veramente; Berthe non deve insistere poi così tanto per mettere in piedi una visita nell’appartamento di Monsieur Gorin, al secondo piano.
Tutto è in ordine, anche l’inquilino, seduto in poltrona come rapito ascoltando un’opera; tranne che per un piccolo dettaglio che a chi è stato abituato a calcare scene, a cercare gli aspetti insignificanti quando tutto pare, invece, così significante, non sfugge.
Una morte sospetta nel proprio palazzo non li lascia indifferenti; soprattutto a far scattare la molla investigativa è la velocità con cui la Polizia ha chiuso il caso: morte naturale.
L’improbabile coppia si mette al lavoro, tra un caffè bollente, un pain au chocolat e conversazioni piene di ironia e umanità: del resto chi indaga meglio di un ex poliziotto e di una portinaia!
Cominciano a osservare i vicini di casa, a interrogarli, in un susseguirsi di conversazioni porta a porta, senza tensione e senza adrenalina ma con una narrazione ordinata e precisa.
L’ho vissuto come un giallo retro, che cala immediatamente in una Parigi dall’atmosfera nostalgica e malinconica, tra diari e vecchi ricordi; con ritmi lenti necessari a prendere confidenza con i personaggi principali e con la loro età, che per lucidità e capacità investigativa sono anche testimonianza di freschezza e intuito.
La portinaia del 17 è il primo di una serie, Berthe e Antoine torneranno a raccontarci nuovi casi e nuove storie, chiuse dietro il portone del Residence du Vieux Molin, che si erge fiero con l’aria di un vecchio gentiluomo.


