La maledizione di Perla Bonaparte conferma la solidità della serie dedicata al commissario Gigi Berté e dimostra, ancora una volta, la capacità di Emilio Martini – pseudonimo delle sorelle Martignoni – di mantenere viva una formula narrativa ormai consolidata. Alla diciassettesima indagine, il vicequestore aggiunto torna a muoversi tra le strade di Lungariva, la cittadina ligure immaginaria che, libro dopo libro, è diventata parte integrante della storia.
Tutto inizia in una gelida mattina di febbraio. Durante la consueta passeggiata con i suoi cani, Berté si imbatte in una scena destinata a lasciare il segno: sulla spiaggia giacciono due cadaveri, nudi e legati insieme da una cima. La donna è Perla Bonaparte, aristocratica dal fascino controverso rientrata a Lungariva dopo molti anni; accanto a lei c’è Aiace del Grifo, allevatore di cavalli e imprenditore genovese. Ben presto l’indagine si intreccia con una leggenda familiare che parla di una maledizione risalente alla fine dell’Ottocento.
È proprio questo intreccio tra realtà e superstizione a rendere il romanzo particolarmente coinvolgente. La leggenda non serve soltanto a creare atmosfera, ma diventa il filo che lega passato e presente. Tuttavia Martini non perde mai di vista l’aspetto investigativo: dietro le suggestioni della maledizione emergono motivazioni molto concrete, fatte di avidità, rancori, gelosie e desiderio di vendetta.
L’indagine procede con buon ritmo. Gli indizi vengono dosati con attenzione e ogni scoperta costringe Berté a rimettere in discussione le ipotesi formulate fino a quel momento. Non ci sono colpi di scena costruiti a tavolino: la tensione nasce soprattutto dal modo in cui i tasselli si incastrano poco alla volta. Funziona anche il lavoro di squadra, grazie al contributo dell’ispettore Romeo e degli altri membri della squadra di Lungariva.
Gigi Berté continua a distinguersi nel panorama del giallo italiano perché non cerca mai di imporsi come detective infallibile. Il suo punto di forza è la capacità di osservare, ascoltare e comprendere le persone prima ancora di giudicarle. È un investigatore dal carattere non sempre facile, ironico quando serve, ma soprattutto interessato a capire cosa abbia spinto qualcuno a commettere un delitto. È questa attenzione ai risvolti umani che continua a renderlo un protagonista credibile.
Anche la sua vita privata trova spazio senza appesantire il racconto. La serenità familiare, oggi arricchita dalla presenza dei due gemelli, offre un contrappunto efficace alle indagini e contribuisce a mostrare un personaggio completo, non definito soltanto dal lavoro.
Tra i personaggi spicca naturalmente Perla Bonaparte, figura affascinante e sfuggente, attorno alla quale ruotano segreti e antichi rancori. Anche gli altri protagonisti evitano facili contrapposizioni tra buoni e cattivi: ciascuno nasconde qualcosa, e questa ambiguità rende la vicenda più convincente.
Come nei precedenti romanzi della serie, anche l’ambientazione ha un ruolo importante. Il mare d’inverno, le ville affacciate sulla costa e le spiagge deserte contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa che accompagna l’indagine senza mai sovrastarla.
La scrittura è scorrevole ed elegante. I dialoghi risultano naturali, le descrizioni sono ben dosate e i richiami al giallo classico, con un evidente omaggio ad Agatha Christie, si inseriscono con discrezione nella narrazione.
La maledizione di Perla Bonaparte è un giallo costruito con equilibrio, capace di alternare il piacere dell’indagine a una riflessione sul peso del passato e sulle eredità, materiali e morali, che ogni famiglia si porta dietro. Un nuovo caso che conferma la qualità di una delle serie più affidabili del noir italiano contemporaneo.


