Lo spiedo e la rosa – Salvatore Niffoi



Salvatore Niffoi
Lo spiedo e la rosa
La nave di Teseo
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Il giallo è un genere di tendenza e stuzzica sempre più l’immaginazione di lettori e scrittori. Lo dimostra “Lo spiedo e la rosa” (La nave di Teseo), la prima indagine di Bobo Sirboni, sardo Doc, e Lella Camandula, napoletana verace con dieci anni più di lui. Il suo autore, Salvatore Niffoi, è nato a Orani, in Barbagia, ed è noto per i suoi romanzi di narrativa contemporanea, tra i quali “La vedova scalza” che nel 2006 ha conseguito il premio Campiello. Realismo, mito e folklore sardo, atmosfere cupe, memoria, violenza e solitudine sono i suoi temi chiave ed è piacevole ritrovare queste connotazioni anche nella sua nuova opera.

Il giallo consta di soli 18 capitoli nell’arco di un centinaio di pagine ma ha una densità sia di linguaggio che di vicende caratteristica. Ogni riga è sofferta, tagliente come lo spiedo con cui il misterioso K.C.B., ovvero il killer delle cinquantenni barbariche, trafigge le sue vittime, ponendo loro una rosa rossa tra le mani e un biglietto con versi di William Shakespeare. 

A dipanare la catena di omicidi con la stessa dinamica pensano un viceispettore nato a Urrana nel 1946, in Barbagia, alle dipendenze della volitiva Lella, un concentrato di ‘sbirraggine’ ed estro. I due conducono l’indagine per lo più affidandosi a intuizioni, nell’ambito di un rapporto rispettoso e altalenante, sul filo dell’attrazione sessuale. Il tutto tenendo conto che la comunità in cui sono immersi è abbottonata e densa di segreti ancestrali che non possono essere facilmente risolti.

Più che l’indagine in sé, la parte del leone la fanno l’ambientazione cupa e il linguaggio evocativo, nonché le vicende del suo protagonista, di cui le prime pagine approfondiscono la genesi in modo pregnante. Bobo, figlio della guerra e di una famiglia dalla vita aspra, partecipa al concorso di viceispettore ponendosi in guerra aperta con la madre: “Quella voglia di indagare sulle cose che non si lasciavano vedere ad occhio nudo, o capire senza pensare bene a fondo, se l’era presa come una brutta infezione nel momento in cui babbu Totoni gli aveva stretto forte la mano prima di passargli quella busta gialla con il suo testamento”. 

Il narrato, impreziosito da termini sardi, è la modalità privilegiata rispetto al dialogo con cui Salvatore Niffoi ci presenta il primo caso del suo viceispettore, un uomo fortemente provato dalla vita ma con un certo fiuto investigativo, che con Lella Camandula imposta l’indagine valutando moventi, mentre il loro legame si fa via via più personale.

Le morti si avvicendano, colpisce la modalità originale con cui lo scrittore fonde la narrativa d’autore con la letteratura di genere. Un rapporto non sempre facile. Talora, infatti, la storia soffre per il contrasto tra la necessità di tenere sempre alta la tensione tipico dei gialli e quella di mostrare le passioni e la violenza all’interno di una comunità, in un legame stringente e complesso con le tradizioni e il passato della Sardegna. D’altra parte, questa commistione rappresenta anche il pregio di un noir che mostra le conseguenze tragiche ed efferate di quando si mette un’arma in mano a vendetta, onore o vergogna. Salvatore Niffoi sa che la questione non è semplice, che ciascuna categoria letteraria ha un limite ma che ogni libro è un piccolo universo in cui sono più stelle a brillare. Così il suo giallo racconta storie di persone, non solo di vittime o sospettati. Lo spiedo e la rosa sono due facce della stessa medaglia.

 

Monica Sommacampagna

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