Ah, la California.
Nasce e muore tutto in quella lingua di terra, fatta di musica, cinema, sabbia e acido lisergico dietro l’angolo. E da cinquant’anni questa storia si ripete, con il suo mood così cinematografico, a cavallo tra Quentin Tarantino e Robert Rodriguez.
Questo è lo scenario in cui Jordan Harper cala i suoi personaggi, invischiandoli con tutti i piedi in inaspettate sabbie mobili narrative tra aria secca e roulottes che hanno il sapore della precarietà , a cavallo tra la legge dello Stato e la legge della Strada.
È proprio dinanzi a questo bivio che l’Autore pone il suo protagonista, un uomo del clan lacerato dal dover scegliere tra il ferro caldo in mano o la schiena dritta della rettitudine.
E Harper riesce in questo suo lavoro, lasciando personaggio e lettore sulla medesima corta tesa sul baratro della morale, rendendo entrambi equilibristi nell’operare ciò che è di per sé la cosa più difficile per l’uomo: scegliere.
La scrittura claustrofobica non aiuta ad affrontare con leggerezza il percorso narrativo che l’Autore impone al suo tormentato Luke Crosswhite, rendendo il character un personaggio con il quale è proprio il lettore ad empatizzare, tanto si trova invischiato nei medesimi dubbi, preoccupazioni, scelte.
Non è una lettura per tutti, ma è certamente una lettura che avviluppa il lettore in maniera totalizzante quasi a volergli lasciare sulla carne viva una delle tante cicatrici che attraversano la pelle del principale protagonista, attraverso un viaggio per la California meno nota e più corvina.
Ovviamente con il sottofondo di When the music’s over dei losangelini Doors, vero e proprio viaggio lisergico nel tunnel di questo impegnativo e maiuscolo lavoro edito in Italia dai tipi di Neri Pozza.


