L’inverno della levatrice – Lawhon Ariel



Lawhon Ariel
L’inverno della levatrice
Neri Pozza
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Appassionante e coinvolgente, il romanzo di Lawhon Ariel si snoda tra paesaggi ghiacciati, in un Maine moralmente rigido quasi quanto il suo clima.

In un freddo inverno di fine ‘700, in uno sperduto villaggio, le acque congelate del fiume Kennebec portano alla luce il cadavere di un uomo. Forse, «portare alla luce» non è il verbo adeguato a questa macabra scoperta: in condizioni normali, cioè fino alla stagione del disgelo, il corpo sarebbe rimasto imprigionato tra i ghiacci. Ma…c’è sempre un ma che cambia il corso della storia e dei delitti. La caduta accidentale di un giovane, Sam, che stava cercando di attraversare il fiume percorrendo un passaggio rimasto libero, insieme a due suoi amici, James e Jonathan, porta a scoprire quanto avrebbe dovuto rimanere celato per molti mesi.

Ad eccezione del capitolo iniziale e di quello finale, la vicenda viene narrata attraverso gli occhi e la voce di Martha Ballard, levatrice del villaggio, moglie di Ephraim, padrone di un mulino ben avviato e madre di molti figli, tra cui Jonathan, amico di quel Sam che ha rinvenuto il cadavere; a seguire le due figlie femmine, Hannah e Dolly, Ephraim, il più giovane, Cyrus, il maggiore, incapace di parlare ma in grado di farsi intendere scrivendo.

Che relazione può esserci tra una levatrice e la macabra scoperta? Semplice: tocca a Martha, in quanto esperta di medicina, «ispezionare» il corpo e avanzare le prime ipotesi sui motivi del decesso. Anzi: testimoniare che le condizioni del cadavere mostrano, senza ombra di dubbio, che «Joshua Burgess, il morto, è stato in realtà ucciso». Per la precisione: impiccato e poi gettato nel fiume, nella speranza che fino al disgelo non potesse essere ritrovato. Sono in molti a non piangere la sua morte, ma c’è anche chi, come il colonnello Joseph North, nasconde segreti condivisi con l’ucciso, che non desidera vengano portati alla luce. E ha più di un motivo per non voler accreditare l’ipotesi di omicidio.

Da una prima disamina, Martha non può che affermare che «Joshua Burgess è stato picchiato, impiccato e gettato nel fiume» ma la sua valutazione viene contestata dal nuovo giovane dottore del paese, Benjamin Page: neolaureato in medicina ad Harvard e medico abilitato, nonché amico di North, considera le osservazioni di Martha «amatoriali». A suo avviso, Joshua è accidentalmente caduto nell’acqua e il suo corpo non presenta segni di violenza.

Joshua Burgess e Joseph North, qualche tempo prima, erano stati accusati di aver stuprato Rebecca Forster, durante l’assenza del marito, il reverendo Isaac Foster. Martha era stata la prima a prestare soccorso alla donna e a testimoniare l’avvenuta violenza. Forse è questo l’episodio che ha portato all’uccisione di Joshua? Chi può averlo voluto morto? Il marito di Rebecca? Oppure, ipotesi ancor più terribile, uno dei figli di Martha che, qualche sera prima, durante una festa di paese, aveva voluto difendere la sorella Hannah dalle avances troppo spinte di Joshua? Oppure…?

Attraverso i ricordi di Martha, che tiene un diario in cui registra fedelmente nascite, morti, avvenimenti importanti o banali, possiamo venire a conoscenza di molti particolari che ci aiutano a capire dove il male possa annidarsi e fin dove spingersi. Pregiudizi, malafede, convinzioni radicate nelle menti maschili provocano spesso drammi di cui sono le donne a pagare il prezzo più alto. Martha, determinata ma spesso scostante, simpatica per certi aspetti ma per altri sicuramente respingente e poco empatica, ha votato la sua vita, appoggiata da Ephraim, a cercare soluzioni, cure, mezzi per aiutare le molte donne in difficoltà: parti, gravidanze o figli indesiderati, stupri e violenze la vedono da sempre in prima linea.

Lo scontro con il dottor Page è inevitabile: teoria astratta e pratica concreta non trovano un terreno comune su cui accordarsi. Dopo molti passi falsi, anche la madre di Melody, la giovane moglie del dottore ormai prossima al parto, preferisce affidare la figlia alle cure, esperte e sicure,  della levatrice.

La storia di Martha parte da lontano: attraverso le pagine del suo diario possiamo risalire a vicende di molti anni prima. È lei stessa che parla di sé, di Ephraim della sua vita, di quanto accaduto 35/40 anni prima, dei dolori nascosti e, poco per volta, superati; gli spezzoni da lei raccolti ci aiutano a completare un puzzle che, nel tempo, per molte altre donne, non è cambiato. Per lei, invece, è  stato l’amore di Ephraim l’ancora di salvezza che l’ha aiutata a ritrovare sé stessa e la sua strada attraverso lo studio, l’apprendimento della scrittura e l’acquisizione delle conoscenze utili alla sua professione. Per altre, invece, non sempre è stato possibile alcun tipo di cammino o di riscatto.

Il cerchio poco per volta sembra chiudersi e, nell’immobilità di un tempo e di uno spazio per certi versi arcaici –molto ben ricostruiti dall’autrice- scopriamo i molti segreti di molte persone e arriviamo a capire, e persino a giustificare, i moventi dell’intera vicenda e ad assolvere il colpevole e i suoi complici.

Michela Vittorio

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