Come definire questo romanzo d’esordio che riesce a «commistionare» più generi e cliché? Romanzo di formazione, crime, noir, sociale, amore, thriller? Quel che è certo è che il risultato finale è soddisfacente. D’altra parte, cos’altro ci si potrebbe aspettare da una persona eclettica e multiforme come De Carlo, che è passato attraverso varie esperienze per approdare alla stand-up comedy che, a sua volta, stravolge i canoni dell’usuale cabaret, teatro dell’arte, pièce teatrale e via discorrendo?
Partiamo dal primo cliché: romanzo di formazione. Proprio così: Vito, il protagonista, è lo scemo del villaggio, o meglio del quartiere. Nato, cresciuto, formato nella periferia romana, viene da sempre bullizzato, preso di mira, tiranneggiato finché non riesce, attraverso imprese inimmaginabili, spinto da un forza che gli deriva dall’amore, a mostrare di cosa sia capace.
Secondo cliché: crime ovvero, romanzo criminale. La vicenda ruota attorno a indagini, morti e crimini vicini, lontani nel tempo, persino remoti, storie che tornano e riportano scie di sangue. E l’adrenalina è garantita.
Terzo cliché: noir. Immagini crude, morti riprese in diretta, scene di sangue e violenza creano stupore, spaesamento, smarrimento. Adatte anche ai palati più sopraffini …ed esigenti.
Quarto cliché: romanzo sociale. Da un lato, la periferia del sottoproletariato della capitale, dall’altro l’alta borghesia, politica, affarista, collusa… che si incontrano e scontrano portando a strani connubi dagli esiti inimmaginabili. Efficaci le descrizioni dei coatti e mafioselli di borgata ma realistiche pure quelle dei personaggi d’alto bordo, incravattati e proprietari di ville e automobili potenti, che si trovano fianco a fianco. Nemmeno gli eroi della carta stampata e dell’informazione in generale escono indenni dalla penna di De Carlo, per non parlare dei tutori dell’ordine e dei garanti della giustizia.
Quinto cliché: romanzo d’amore. E sì, è propria la forza dell’amore che spinge Vito a maturare, prendere posizione, mettere in pericolo la propria vita, quella degli amici di sempre, a compiere imprese inimmaginabili. Ed è sempre l’amore che spinge Carolina a uscire dal torpore bipolare che l’ha condannata a un’esistenza falsa nella quale non si è mai riconosciuta.
Infine, il sesto cliché: thriller… perché la tensione e la suspence sono garantite, dalla prima all’ultima riga. Leggere per credere.
Ma veniamo alla trama. Vito, buono ma considerato da tutti poco più che stupido, ha due angeli custodi: Nicoletta, la proprietaria del bar che lo protegge dalle peggiore angherie degli altri avventori; Benedetto il cugino che ritorna « a casa» spinto da vari motivi che, forse, solo alla fine scopriremo. Intanto, il cugino lo aiuta a trovare un lavoro «socialmente inutile» in una banca nella quale lavora anche lui e lo obbliga a un restyling-denti, occhi-lenti, capelli, abbigliamento-che lo rende diverso e piacevole. È proprio questo look, unito a una strana capacità di memorizzare e conoscere aneddoti e nozioni sconosciuti ai più, che gli permette di vincere una competizione aziendale in coppia con Carolina, la figlia del proprietario della Banca stessa. Che, come ovvio, si innamora di lui. Perché il simile attrae il simile, oppure, viste le diverse estrazioni sociali, gli opposti si attraggono. A voi la scelta. Perché sono due «mal viventi», ovvero due persone che vivono male.
È da lì che partono le avventure dei nostri eroi, perché un amore di questo tipo non può che essere contrastato dalla famiglia di lei, che tenta il tutto per tutto per allontanarli. Ma… gli scheletri nell’armadio che la famiglia di Carolina nasconde, i segreti che i giovani di borgata conservano, il non detto che affiora in tutte le pagine… alla fine emergono e scoppiano. Per un finale che forse rimane aperto a un nuovo capitolo… chi può dirlo.
Di fondo, rimangono impresse le parole dell’introduzione: «ci sono quelli con la pistola e quelli con la cravatta, ma in questa storia criminale i veri malviventi sono quelli che vivono male, come Vito e Carolina. La buona notizia è che il mondo è pieno di malviventi. E prima o poi si incontrano.»


