Una storia come tante: un uomo scompare, la famiglia lo cerca, la polizia lo cerca, una coppia di investigatrici lo cerca. Dopo 5 anni, la dichiarazione di morte presunta. Dopo 10 anni, il caso della scomparsa di Thomas Jacob Beller è sepolto, ma non per tutti. Sicuramente non per la figlia Traci, che non si arrende. A 23 anni è diventata una famosa influencer con un programma di pasticceria che conta 8 milioni e 200 mila followers e può decidere di voler sapere che fine abbia fatto suo padre, sparito insieme al suo furgone, dopo aver telefonato alla moglie e aver annunciato il suo ritorno a casa. E chi può scegliere per aiutarla in questa ricerca se non Elvis Cole, il più bravo investigatore sulla piazza, ma bravo soprattutto a trovare le persone?
“Il grande vuoto”, Mondadori editore, di Robert Crais gira intorno ad una vicenda che potrebbe apparire comune, quasi banale, invece… mai titolo fu più azzeccato perché a Cole, quando si reca a Rancha, l’ultima località dove è stato avvistato Beller impegnato nel suo lavoro, si apre davanti davvero un grande vuoto, nel senso di un abisso, fatto di tutte le sfumature che vanno dal giallo al nero, facendo lo slalom tra le profondità più oscure del male e le vittime che si trasformano in carnefici.
L’investigatore incontra una donna che potrebbe essergli utile per una pista. Occhio, è il personaggio che appare nel capitolo iniziale, apparentemente fuori contesto rispetto alla vicenda principale, ma importante (una costante nei libri di Crais). La faccenda si complica quando, subito dopo, Cole viene aggredito da un gruppo di malviventi e, ovviamente, chiede aiuto al suo amico e sodale Joe Pike. Parte così il ventesimo capitolo della coppia di investigatori più diversa e apparentemente incompatibile del mondo, ma proprio per questo assolutamente complementare. Brillante, ironico, persino smargiasso, ma comunque di grande umanità Cole. Dall’altra parte un duro, sempre pronto all’azione, anche quella più distruttiva, Pike. Insomma, una coppia perfetta che si muove in sintonia e che questa volta si trova però ad affrontare mali oscuri e profondi, con il rischio che la verità cercata da Traci possa risultare, scomoda. Molto scomoda.
Intorno a loro una galassia di personaggi tratteggiati con cura, con il loro vissuto, e che riescono a ritagliarsi spazio nella vicenda, mantenendo una presenza e un ruolo che li collocano come pezzi importanti nella definizione del puzzle creato da Crais. La maestria dell’autore statunitense, universalmente riconosciuta, non ha certo bisogno di essere rimarcata, ma va sottolineato che il trascorrere del tempo, contrariamente a quanto accade ad altri scrittori, non intacca minimamente le sue qualità: è sempre un grande piacere leggerlo, non scade mai in situazioni o ritornelli già sentiti, e l’incedere del libro è scorrevole, con un livello di tensione in grado di tenere alta l’attenzione e la tensione del lettore.
Una definizione di “Il grande vuoto”? È un riuscitissimo mix tra un hard boiled, un thriller e un noir. A Crais riesce un’operazione in grado di mettere insieme le caratteristiche peculiari di questi generi, senza privilegiarne uno solo, creando una storia molto intensa e appassionante, attraverso una scrittura tagliente, capace di scendere nelle più profonde oscurità dell’animo umano, ma anche di restituire rari sentimenti positivi.


