Fabio Rodda con “Il respiro del faggio”, pubblicato da Salani, costruisce un giallo che ha il merito di andare oltre la semplice architettura investigativa per trasformarsi in un racconto urbano, sociale e perfino sentimentale. Al centro della narrazione non c’è soltanto il delitto che mette in moto l’indagine del sovrintendente Antonio Petrella, ma soprattutto Bologna, città magnetica e ambigua, capace di promettere tutto e insieme di trattenere ogni cosa dentro un eterno presente intriso di nostalgia. Rodda lavora proprio su questa doppia natura del capoluogo emiliano: la città dei portici, delle piazze eleganti e della cultura diffusa si rivela progressivamente un luogo in cui il passato pesa come una colpa e il benessere economico diventa spesso un elegante paravento dietro cui nascondere vergogne, silenzi e complicità .
L’omicidio da cui prende avvio il romanzo è brutale, quasi straniante nella sua violenza, eppure ciò che interessa maggiormente all’autore non è tanto l’effetto spettacolare del sangue quanto la rete di relazioni che il crimine porta lentamente alla luce. Petrella si muove dentro una Bologna benestante dove i portici non proteggono ma coprono, dove l’omertà assume forme educate e borghesi, dove ogni famiglia sembra custodire un segreto destinato prima o poi ad affiorare. Il protagonista evita la figura del poliziotto tormentato e stereotipato: è un uomo concreto, capace di osservare, di ascoltare e soprattutto di intuire le incrinature dietro le apparenze. Accanto a lui si muove una squadra credibile, ben calibrata nei dialoghi e nelle dinamiche interne, mai ridotta a semplice contorno.
Ma è il personaggio di Vera a rappresentare uno degli elementi più riusciti del romanzo. Moldava, traduttrice per la Polizia, Vera è una donna sospesa tra due identità e due possibilità di vita. Rodda evita ogni semplificazione pietistica e le consegna invece un ruolo centrale, umano prima ancora che narrativo. La sua ricerca di un posto nel mondo si intreccia alle indagini fino a diventare parte integrante del cuore emotivo del libro. Attraverso di lei emerge una Bologna diversa, meno ufficiale, fatta di margini, di periferie e di persone che tentano di reinventarsi senza riuscire mai del tutto a cancellare ciò che erano.
La struttura del romanzo procede su due casi distinti che finiscono per riflettersi l’uno nell’altro, alimentando un senso costante di inquietudine. Rodda è abile nel disseminare indizi senza mai concedere scorciatoie al lettore: pagina dopo pagina si ha la sensazione di avanzare dentro una nebbia morale dove ogni spiraglio di luce rischia immediatamente di richiudersi. Il ritmo resta sempre controllato, più interessato alla tensione psicologica che al colpo di scena facile. Il finale ristabilisce solo in parte un ordine morale, lasciando addosso una sottile malinconia. Perché in fondo “Il respiro del faggio” racconta soprattutto una città incapace di liberarsi dai propri fantasmi. Bologna diventa così la vera protagonista del libro: seducente e malinconica, accogliente e feroce, sospesa tra centro storico accattivante e periferie sterminate. Fabio Rodda riesce a restituirne il fascino ambiguo con uno sguardo lucido, facendo del suo giallo anche un romanzo sulla memoria, sulle omissioni e sul prezzo del silenzio.


