Il Club delle Mogli dei Serial Killer – Elizabeth Arnott



Elizabeth Arnott
Il Club delle Mogli dei Serial Killer
Newrton Compton
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Florida, gated community da cartolina.
Piscine, cocktail, mariti perfetti.
Peccato che di notte quei mariti uccidano. Quando le mogli lo scoprono non chiamano la polizia. Fondano un club. Obiettivo: proteggersi, coprirsi a vicenda e, se serve, passare al contrattacco.
Pala in mano.

È un thriller psicologico con l’anima di una commedia nera, non un giallo classico.
Elizabeth Arnott prende il cliché delle casalinghe disperate e lo porta all’estremo: da vittime che subiscono a carnefici che scelgono. Qui non ci sono buoni. Ci sono donne stanche, arrabbiate, complici. E ti ritrovi a fare il tifo per loro mentre sciolgono un cadavere nel cloro della piscina.

La voce narrante è Phoebe. Inizia trovando una scarpa insanguinata nell’armadio del marito. Finisce a bruciare prove in giardino. Il suo percorso è sporco, senza redenzioni facili. Da donna che finge di non vedere a donna che non vuole più avere paura.
Poi c’è Vicki, ex avvocatessa e cervello del Club. Manipolatrice, ambigua, indispensabile. Dimostra che a volte chi ti tira fuori dalla gabbia è lo stesso che l’ha costruita apposta per te.
Liza è la più giovane. La prima a uccidere. La scena in cui capisce che “le piace” è il punto di non ritorno del libro. Racconta meglio di mille saggi cosa succede quando dai potere a chi non ne ha mai avuto.

Non sono solo i mariti a essere mostri. È l’intera vita che queste donne si sono costruite a tenerle ferme. Insieme si salvano. Insieme si corrompono. Il confine tra “ti proteggo” e “ti uso” sparisce in due capitoli.
Per anni non succede nulla. Poi, di colpo, tutto. E quando assaggi il potere dopo una vita da spettatrice, smettere diventa quasi impossibile. Ridi mentre seppelliscono cadaveri.
Poi ti senti in colpa.
Poi ridi di nuovo. Quel disagio è voluto, e funziona.

Parte lento, come una soap opera patinata. Poi Vicki dice a Phoebe “Lo so. Anche il mio” a bordo piscina, e il libro cambia marcia. Da lì è una discesa: sorveglianza, depistaggi, omicidi, tradimenti. Il ritmo cala un po’ a metà, ma il finale è una fucilata.

“Per la prima volta dopo anni, il lettino accanto al mio era pulito.”
Non è una frase di vittoria. È una frase di liberazione. Sporca, definitiva, pagata a caro prezzo. Riassume il libro meglio di qualsiasi recensione.

Originale, scorretto, personaggi femminili memorabili, finale che non consola.

Lo consiglio a chi cerca un thriller diverso, senza detective e senza morale. A chi ama l’humor nero alla Fargo e le protagoniste moralmente grigie. A chi è stanca di leggere di donne che aspettano di essere salvate.

Se invece volete giustizia, buoni sentimenti e una linea netta tra bene e male, qui non li trovate. E l’autrice non ha alcuna intenzione di darveli.

È un Desperate Housewives con i cadaveri veri.

Killer Queen

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