Con “Il mestiere del buio”, edito da Piemme, Paolo Roversi riporta in scena, dopo anni, uno dei suoi personaggi più riusciti: Il Drago, soprannome di Lorenzo Visconti. E lo fa immergendolo in una Milano torbida e inquieta, quella che si prepara all’Expo del 2015, una città attraversata da affari sporchi, criminalità e personaggi che si muovono nelle zone d’ombra. Una città decisamente fluida, dove sudamericani, cinesi e italiani cancellano confini e provenienze per mettere a tacere la propria sete di denaro. Il Drago è un ex poliziotto che ha scelto di stare dall’altra parte del confine, fondando pur senza averne ufficialmente un ruolo, l’agenzia investigativa Dragon. Ama gli animali più degli uomini, è vegetariano, guida una Ducati Monster che custodisce nel magazzino di una palestra di boxe e si concede almeno un Fernet quando ha bisogno di staccare. E’ assolutamente un solitario, rifugge qualsiasi legame che non abbia strettamente a che vedere con la sua missione di rimettere ordine nel mondo. Ma soprattutto ha un suo codice morale. Un codice che non coincide necessariamente con quello della legge, tratteggiando un personaggio decisamente diverso dagli altri protagonisti seriali di Roversi.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del personaggio: il Drago non è un eroe tradizionale. Non si fa problemi a ricorrere alla violenza, aggira le regole e, quando serve, arriva persino a sostituirsi alle forze dell’ordine. Eppure, dietro i suoi metodi poco ortodossi, c’è una precisa idea di giustizia.
La vicenda prende avvio da un traffico di cocaina particolarmente inquietante: la droga arriva in Italia nascosta nello stomaco di animali, trasformati loro malgrado in corrieri. In questo meccanismo criminale rimane coinvolto Yichen, un giovane veterinario costretto a collaborare con i trafficanti per saldare un vecchio debito. È qui che il Drago decide di intervenire, mettendo in moto la sua improbabile ma efficacissima squadra.
Tra i personaggi spicca Ronketts, un po’ giornalista, un po’ scrittore e molto viveur, che contribuisce, tra un sigaro, una citazione e un bicchiere di qualsiasi bevanda alcolica, a rendere ancora più originale e movimentata la compagnia del Drago. Roversi costruisce così un noir corale, popolato da figure sopra le righe, ma sempre perfettamente inserite in una Milano raccontata nei suoi angoli meno rassicuranti, che siano dei vecchi magazzini della stazione Centrale o il cuore di Chinatown.
Roversi sembra muoversi nel solco della grande tradizione del noir milanese, costruendo una vicenda scerbanenchiana in cui la città non è soltanto uno sfondo, ma diventa parte integrante della storia. Sono condivisibili i metodi del Drago? Toccherà al lettore stabilire da che parte stare, se dalla parte di chi nel terzo millennio tende ad un proprio codice che profuma di giustizia o dalla parte della legge delle aule di tribunale che non sempre però, pur rispettando perfettamente le regole, ha il sapore della giustizia nel suo significato più vero.
Il mestiere del buio è quindi un ritorno riuscito e, soprattutto, un ritorno che fa venire voglia di ritrovare ancora il Drago. Perché alcuni personaggi non hanno bisogno di essere buoni per stare dalla parte giusta: hanno semplicemente bisogno di avere un proprio codice.


