C’è un tipo di horror che non ha bisogno di urlare. “La stanza dei fiori neri” è uno di questi.
Paul Cialdini è un giornalista bolognese, cinico per mestiere e segnato da un passato che non lo lascia mai davvero.
Crede di aver visto tutto, fino a quando non viene richiamato dentro un incubo personale.
Il cadavere della sua ex collega Lara Genovesi, ritrovato nella Foresta delle Streghe, in Umbria, rivela un
dettaglio raccapricciante: è morta da due anni, eppure il suo corpo è perfettamente conservato! Non è un miracolo. È qualcosa di molto peggio. Qualcuno l’ha tenuta in vita come un “vegetale cosciente”, oggetto di una tortura scientifica, lucida, metodica. Crudele.
Da qui inizia una ricerca della verità che metterà in pericolo tante vite.
L’autore è bravissimo a tenere in equilibrio due piani che dovrebbero respingersi. Da una parte i deliri mistici, i silenzi omertosi dei paesini umbri, la figura dell’anziana “strega” locale che sembra parlare per enigmi. Dall’altra, una razionalità fredda, quasi chirurgica, che porta fino in Maremma, nell’inespugnabile Rocca Pavone.
E lì c’è lui, il Kompte Goffredo Malcorvo. Nobile deforme, coltissimo, carismatico e repellente allo stesso tempo. Un villain memorabile, ossessionato dall’idea folle e affascinante della conservazione della materia, l’occulto come scienza. Insomma, un intellettuale del male.
Il punto di forza del romanzo è l’atmosfera. È un gotico italiano, polveroso, umido, di provincia. Senti l’odore della foresta, del terriccio, delle vecchie pietre della Rocca. Ogni fenomeno apparentemente soprannaturale ha una spiegazione che è sempre peggio del soprannaturale stesso.
Non è un libro che punta solo sullo splatter, anche se quando colpisce lo fa forte.
Punta sull’idea più disturbante di tutte… La razionalità più estrema e la follia arcaica non sono opposte, ma fili della stessa ragnatela letale.
E noi ci siamo finiti in mezzo.
Paul Cialdini è un uomo rotto che cerca di dare un senso alla morte di una persona a cui ha voluto bene, e nel farlo deve fare i conti con la sua stessa oscurità.
Finale teso, senza sconti, che non chiude tutto con un fiocco. Un thriller italiano alla Lucarelli, dove puoi trovare sentori di streghe, roghi ancora fumanti e futuristiche tecniche scientifiche che mirano a vincere la morte.
L’autore ha costruito un intreccio interessante mantenendo fede ai dettami del noir. Gli indizi ci sono e li lascia cadere come mollichine a segnare il cammino ma quando tira le somme ti sorprende comunque. E lo fa senza trucco e senza inganno.
Esattamente come dovrebbe sempre essere.
Una gran bella scoperta.
Davvero


