La mano di Orfeo – Alan Friedman



Alan Friedman
La mano di Orfeo
La nave di Teseo
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Prendo a prestito una frase di Pirandello ovverosia:  “nulla è come appare” per descrivere i mondi e le  ambientazioni costruite e inserite  da Alan Friedman nel suo La mano di Orfeo. Qui, infatti, dietro a ogni rapporto apparentemente innocuo par nascondersi una minaccia. Giri altolocati, frequentati da uomini influenti, dove le alleanze tengono ma solo finché conviene e i segreti vengono serbati a ogni costo. Un universo di spionaggio, finanza e politica internazionale in cui  Friedman ambienta il suo spy, thriller per trasporre nella fiction le sue conoscenze maturate in anni di giornalismo e di frequentazione di tanti big della scena internazionale.
Alexander Grayson, protagonista della storia, è un uomo che questi ambienti li conosce molto bene. Ex soldato della Delta Force nel 1987, già funzionario del Pentagono e con un passato nella CIA e infine giornalista londinese nel 1992, ha conosciuto luoghi e fatti in cui una parola fuori posto può diventare una condanna e un’amicizia nascondere un secondo fine.
Nel 2028 tuttavia lo ritroviamo sulle colline senesi, lontano da Washington e dagli incarichi che hanno segnato la sua carriera. Ha cambiato vita, è felicemente sposato e sembra che sia riuscito a lasciarsi alle spalle il passato. Ma una telefonata, mentre si prepara ad unirsi per cena ad alcuni amici in un elegante casale di campagna, basterà per sbriciolare la sua fragile tranquillità. E un nome: Orfeo. Un nome… e quarant’anni di vita tornano a presentargli il conto.
Dietro quel nome, Orfeo, si nasconde una inimmaginabile rete clandestina capace di insinuarsi nei governi, nei servizi segreti, nelle grandi banche e negli apparati militari di diversi Paesi. Un’invisibile e ferale struttura che orienta decisioni e strategie secondo i più spregevoli interessi. Grayson ne aveva scoperto a sue spese l’esistenza tanti anni prima, imparando sulla sua pelle quanto fosse rischioso avvicinarsi troppo a certi segreti. In seguito, aveva scelto di fermarsi e tacere, convinto che allontanarsi da quel mondo fosse l’unico modo per salvarsi. Ora, però, vecchi documenti compromettenti riemergono e alcuni testimoni scompaiono perché qualcuno ha deciso di riaprire una partita che Alex credeva chiusa, fregandosene delle conseguenze.
Il passato ritorna attraverso incontri e figure impresse nella sua memoria. A Londra, dove si era trasferito e lavorava come giornalista per un famoso quotidiano, la passeggiata con una bella donna nei pressi di Berkeley Square si era trasformata in un episodio pericoloso ma sintomatico. Lei, che si era presentata come  funzionaria del Foreign Office, aveva sventato con estrema disinvoltura un premeditato agguato mortale. Anche la nuova identità di giornalista, quindi, non bastava più a tenere Garyson al sicuro? Vai a sapere? Poi c’era stato il viaggio a Roma, aveva incontrato la Contessa, enigmatica protagonista dei salotti più “in” della capitale italiana, quell’ ambiente dove le relazioni sono strumenti di influenza ma le confidenze possono diventare prove pericolose. Personaggi sfuggenti, pronti a comparire e sparire quando e se necessario, fanno crescere il sospetto che a conti fatti nessuno sia davvero ciò che sembra…
Mi intriga e mi convince come Friedman costruisce la geografia dell’intrigo. Washington, Londra, Roma e Vienna non sono solo tappe di un complesso tour internazionale, ma territori di caccia dove cambiano le regole e gli interessi si intrecciano rischiosamente. Dai corridoi delle grandi istituzioni americane si passa, anzi si penetra, nelle banche di Zurigo, dagli ambienti dei servizi segreti russi si siede nei bar degli alberghi di lusso, dove impeccabili signori in giacca sorseggiano Dirty Martini mentre, tra una conversazione e l’altra, si decidono operazioni molto più pericolose di quanto si possa immaginare. Un mondo rigorosamente internazionale, elegante e inquietante, in cui  il denaro apre ogni porta e la violenza interviene quando non bastano più le relazioni.
Friedman non fa sconti e riserva uno sguardo tagliente alla classe dirigente americana. Dove i funzionari del Pentagono sono pronti a passare dall’amministrazione pubblica alle grandi industrie degli armamenti, i politici paiono interessati ai contratti più che alle strategie e i lobbisti sono in grado di muoversi con disinvoltura tra interessi pubblici e privati, per non dire soprattutto privati.  Non ne esce un quadro confortante. E il nostro presente offre un più che illuminante quadro delle sue idee. Anche il giornalismo investigativo, preposto a portare alla luce quanto sta nascosto, rischia di essere soffocato da editori più interessati alle contatti importanti  e agli affari piuttosto che non alle verità. E le crisi finanziarie, con le loro conseguenze sulla vita di interi Paesi, sono solo occasioni di guadagno per chi sa sfruttare il panico condizionando i mercati.
Tra passato e presente, dalla Guerra fredda fino al 2028, la trama thriller alterna azione e retroscena, spaziando dai dossier riservati, ai conti cifrati, dai traffici d’armi a strane alleanze destinate a durare fin quando conviene. I salti temporali conditi dai colpi di scena  ricostruiscono tutta la storia riportando in primo piano  dettagli che, man mano che l’intrigo si dilata,  assumono una sempre diversa prospettiva.
Con La mano di Orfeo, Alan Friedman si tuffa   nell’arena della narrativa, con il suo protagonista  costretto  a fare i conti con un passato che non smette mai di inseguirlo, mentre  l’accogliente atmosfera della casa senese, adagiata tra colline, nella  sorniona quiete delle vigne, gli pare sempre più solo un miraggio lontano.

Patrizia Debicke

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