Ne “Il custode” si respira aria di alta letteratura: il nuovo romanzo di Ammaniti promette di essere un serio candidato al premio Strega 2027, e soprattutto di diventare un “classico contemporaneo” degli studenti delle scuole secondarie, come è avvenuto per il precedente Io non ho paura. Se in questo libro un bambino scopriva un suo coetaneo sequestrato per il riscatto in una buca nella campagna della Lucania, adesso nel bagno chiuso con tre lucchetti in un seminterrato a Triscina, borgo sperduto sul mare della Sicilia, è nascosta una cosa mostruosa che viene dall’antica Grecia. In alto i templi maestosi del sito archeologico di Selinunte si affacciano su una kasba di casette abusive: i resti del mondo classico convivono con il moderno degrado sociale, morale e criminale.
All’inizio del paesino sulla tabella dell’orario degli autobus è scritto ULTIMA FERMATA PER L’INFERNO. Il libro si apre, infatti, con un ciclista francese che mentre sta pisciando contro un eucalipto viene ammazzato da due killer della mafia, ‘u Scurdatu e Santino, che temono di essere stati visti mentre soffocavano il notaio Scordato. Custodi della cosa indicibile sono il tredicenne Nilo, la mamma Agata e la zia Rosi, che rivendono il marmo prodotto con lo sguardo che pietrifica di Medusa, trasportata dalla Grecia millenni fa per proteggerla da Atena e che ora lavora per conto della mafia. Il più puro Stephen King si coniuga con la mitologia, dando luogo a una mescolanza di generi tra favola gotica, fantahorror, crime, pulp, splatter. Ma non è una storia di evasione, piuttosto di immersione dentro i personaggi e gli ambienti; dentro noi stessi.
Non a caso, in una lunga intervista su “Robinson” dello scorso 3 marzo, Ammaniti dichiara che “La mitologia greca è la base di tutta la mia narrazione” e che i libri di King – con altri tra cui Il giovane Holden – hanno cambiato la sua “percezione del mondo adolescenziale…It era un libro meraviglioso e raccontava la forza dell’amicizia nell’adolescenza…Qui invece il povero Nilo è tutto solo”. La claustrofobia connota entrambi i libri: la banda dei ragazzi di King, autonominatisi i losers, i perdenti, oggi diremmo gli sfigati si riunivano in un rifugio sotterraneo, e il clown Pennyvise, il Mostro, il Male assoluto si celava nelle fogne; un bagno in un seminterrato nasconde e protegge la Cosa di Ammaniti.
A rompere il precario equilibrio familiare arriva in paese la trentenne Arianna in minigonna, jeans striminziti e stivali da cowboy consumati, donna ancora bella ma ammaccata dalla vita. Sopravvive vendendo le sue foto su Onlyfans e attende proprio quel ciclista. Quando Nilo le vede, sente “una scarica elettrica…una mano invisibile [gli] rovista tra le cosce”: si innamora perdutamente, sogna di scappare con Arianna, ma è un “amore proibito”, più che per la differenza di età, perché il Fato ha altri progetti per lui.
La situazione esplode quando la mafia vuole appropriarsi di quell’arma letale, occorre metterla ancora una volta in salvo, si susseguono scenari che fanno pensare ai film di Tarantino, di Tim Burton, dei Manetti Bros. Un tremendo incidente stradale coinvolge una Smart, una Ford Fiesta, una Mercedes, una Skoda Fabia e il camioncino che trasporta la semi-divinità mostruosa, poco sangue e molte statue, non brandelli di carne insanguinati ma corpi pietrificati: “Davanti si allargava un prato raso e piatto. Al centro un gregge di pecore di marmo”.
L’ultima pagina del libro precede cronologicamente tutto, ne è la premessa, spiega molto. Severamente vietato leggerla prima.


