Ultima notte sull’Arno – Simone Togneri



Simone Togneri
Ultima notte sull’Arno
Fratelli Frilli
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Per dirla con il premio Nobel Svetlana Alexsievic «letteratura è regalare la voce alle anime ferite». Ed è questo talento, che lui senza dubbio possiede, ad affrancare i romanzi di Simone Togneri da riduttive etichette di genere. 

Fin da quel suo primo Dio del Sagittario che “riconobbi” in anni ormai lontani, sui banchi di una libreria che non esiste più. C’erano già Simón Renoir e Franco Mezzanotte, pittore e poliziotto l’uno nella squadra dell’altro, e c’era già quel conturbante connubio di arte e morte, tema ricorrente e mai esaurito nelle pagine dello scrittore. Forse perché parte di un trinomio cui appartiene un terzo fattore, l’umano dolore, che per definizione non può esaurirsi. 

Li ritroviamo in Ultima notte sull’Arno (Fratelli Frilli Editori, marzo 2026), Simón non più poliziotto e Mezzanotte vicino ormai alla pensione. Legati sempre da un affetto in cui la stima reciproca non dipende dai ruoli ma dalla certezza di doti complementari: sensibilità intuitiva del primo che da tempo ha abbracciato una improbabile carriera di imbianchino, fede nella giustizia del commissario, incrollabile a dispetto dell’empatia che prova per i miserabili che come altrettanti incubi affollano la sua quotidianità.

In un agosto fiorentino torturato da «un caldo così umido, che toglie il respiro e incolla i vestiti alla pelle, in cui strade e palazzi si liberano del calore assorbito durante il giorno, restituendolo all’aria con gli interessi», Mezzanotte deve affrontare una doppia indagine, l’una e l’altra sfuggenti per più di un aspetto.

All’Antella, nella periferia a sud della città, un pensionato ormai privo di mezzi di sostentamento uccide la moglie resa invalida nel corso di una rapina finita male. La uccide per amore, come lui stesso precisa durante la confessione resa spontaneamente. Mezzanotte però è perplesso, sull’autore del gesto ma anche sui colpevoli di quel furto chiuso all’epoca dopo indagini frettolose.

Poche ore dopo nel parco del Saletto, al capo opposto di Firenze, il commissario viene chiamato a indagare su un balordo percosso a sangue, appena uscito dal carcere dopo una condanna per spaccio. Espletati appena i primi accertamenti, un vice questore, Amelia Sanges, piomba su Mezzanotte accompagnata da un corpulento ispettore e lo solleva dall’incarico. Mezzanotte, interdetto, prova ad aggirare l’ostacolo cercando informazioni dai soliti colleghi della Scientifica, ma trova soltanto un muro di omertà.

Per concludere in bellezza la giornata, più tardi riceve la visita di Simón, anche lui angosciato da una morte cui ha assistito sull’autobus: il conducente, avvicinato da uno storpio con uno strano sorriso sghembo impresso sul volto, si accascia e muore d’infarto. 

Tre morti in un solo giorno, troppi anche per il commissario, che quindi si rifiuta di approfondire il sospetto del suo ex collaboratore, mentre non si arrende negli altri due casi, a rischio del suo quieto vivere e della carriera. Perché la morte improvvisa di chiunque, anche di individui irrilevanti o addirittura nocivi per la società, significa «promesse non mantenute, occasioni perse e progetti senza più significato». 

Per Mezzanotte capire è un obbligo, ma lo è anche per Simón. Lui, la divisa, se l’è tolta, ma solo quella esterna. L’altra gli è rimasta appiccicata addosso, tessuta «filo per filo con il tempo». E ha fatto di lui uno sbirro per sempre, «anche se è nudo». 

Separati, ma ancora insieme per i valori fondanti del mestiere, onestà e integrità, i due si muovono su fronti diversi, invischiati però in una medesima rete di silenzi complici, piste insabbiate, apparenze ingannevoli, malriposte alleanze.

Inutile dire che i tre casi finiranno per rivelarsi annodati in un quasi indissolubile groviglio di dolore e colpevolezza, come si conviene a un noir in piena regola. Nel quale la ricerca ossessiva della colpa e del suo protendersi ad ammorbare la società all’intorno sembra dominare l’intera indagine e divenire quasi più importante dell’identificazione del colpevole, secondo i più degni stilemi del noir. 

Dipanato in modo impeccabile, convincente e teso nello scioglimento, il racconto è dominato dal dolore umano che accomuna vittime, colpevoli e inquirenti. Anime ferite, insomma, che «sentono il richiamo le une delle altre e si riconoscono a prima vista». Ed è forse questa la più convincente definizione di empatia.

Un dolore passato, quasi atavico, che marchia anche Simón e Mezzanotte e sembra precludere qualunque occasione di futuro. Si muovono incerti, entrambi, restii ad abbandonarsi a tenui segnali di coinvolgimento, paurosi di aggiungere ferite a quelle che già si portano addosso. Passi in avanti e fughe, i loro: di Simón verso Michela Fabris, agente nella squadra del commissario, di Mezzanotte verso Rita, proprietaria della trattoria dove lui è di casa – amica, quasi confidente, che vorrebbe essere di più -, ma anche verso la pm Carrara che pure continua a rivolgergli sguardi ammiccanti che in lui faticano a trovare risposta. 

Eppure è l’amore il vero protagonista del romanzo, quello che dovrebbe salvare ma troppo spesso uccide, per disperazione, per vendetta, per odio. Una lama a due facce che spacca il cuore a metà. 

«Cuori in Arno», appunto, come recitava il primo titolo scelto dall’autore. I destini di tanti affacciati su quel fiume che «sognando il mare, se ne frega di monumenti, di arte e di storia, di donne e di uomini», in una indifferenza di leopardiana memoria. Ricco tuttavia, sulle sue rive, di “posti per piangere». Gli unici in cui specchiare la propria anima senza indossare maschere, né temere il dolore che quel riflesso rimanderà.     

Ancora un romanzo sinestesico per Togneri, in cui la scrittura si fonde con le altre sue arti, pittura e musica. Artista di accademia, come ebbi già a dire, lui dipinge con le parole e seduce il lettore con brani che hanno la medesima vividezza di immagini. Così «La notte cola sul tramonto come tinta nera su fondo rosso» e un muro, vecchio e malconcio, diventa una cartina geografica nella poesia di un gioco di bambini.

Altrettanto evocativa è la musica che scorre tra le pagine, a delineare caratteri e sottolineare stati d’animo: quella folk d’autore di Guccini per Mezzanotte, o quella country rock degli Eagles per Simón, o ancora quella blues e jazz per Michela Fabris.

Il lessico di Togneri è duttile e consapevole: carezzevole ad accompagnare l’intimità delle riflessioni, duro e affilato a restituire l’orrore della brutalità. Il ricorso a espressioni idiomatiche è parco ma colorito, a sottolineare una toscanità genuina e sanguigna. 

Un romanzo da leggere, questo di Togneri, che ti lascia la voglia di leggerne subito un altro. E di scrivere all’autore per condividere i tanti turbamenti che ha suscitato in te.    

Giusy Giulianini

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