D’Estate e di Morte (66thand2nd editore) di Romano De Marco è uno di quei romanzi difficili da racchiudere in una definizione precisa. Non è soltanto un giallo, perché il mistero che ne alimenta la trama rappresenta solo uno degli elementi portanti della narrazione. Non è esclusivamente un noir, pur condividendone alcune atmosfere e il senso di inquietudine che accompagna il lettore fino all’ultima pagina muovendolo avanti e indietro sul litorale abruzzese senza disdegnare qualche incursione negli Appennini. E non è nemmeno soltanto un romanzo generazionale, benché il continuo confronto tra passato e presente costituisca uno dei suoi aspetti più affascinanti. È, piuttosto, la sintesi riuscita di tutti questi generi, amalgamati con grande equilibrio e originalità.
Il protagonista, Enrico Santi, è un uomo comune. Ha una famiglia, una moglie che ama, un lavoro che lo gratifica e un hobby che custodisce il bambino che è in lui, amicizie consolidate e una vita costruita attorno a certezze apparentemente incrollabili. Proprio questa normalità rende il personaggio particolarmente credibile e vicino al lettore. Tuttavia, il riemergere di una vicenda rimasta sepolta per quarant’anni finisce per incrinare ogni equilibrio. Durante una route scout negli anni Ottanta venne infatti uccisa Paola, la sua fidanzata di allora, e gli eventi del presente costringono Enrico a riaprire quella ferita mai davvero rimarginata.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la capacità di De Marco di muoversi tra due epoche differenti con assoluta fluidità. Il continuo passaggio dagli anni Ottanta ai giorni nostri crea una sorta di ping pong temporale che arricchisce la narrazione e alimenta una forte componente nostalgica. Non si tratta soltanto di ricostruire un periodo storico, ma di mettere a confronto due modi diversi di vivere, di relazionarsi e di affrontare il dolore, evidenziando quanto il tempo possa modificare persone, valori e prospettive.
La scrittura è coinvolgente e sempre funzionale alla storia. De Marco mantiene alta la tensione senza mai sacrificare la profondità psicologica dei personaggi. La ricerca della verità procede infatti su un doppio binario: da un lato l’indagine sul delitto, dall’altro quella interiore di Enrico, chiamato a fare i conti con il proprio passato e con le proprie convinzioni che inevitabilmente si riflettono anche e soprattutto sul suo presente.
Nella travolgente seconda parte del romanzo, tutti i tasselli del mosaico trovano progressivamente posto colpendo il lettore senza soluzione di continuità. È qui che emerge la vera forza della storia: la soluzione del mistero non porta liberazione, ma apre interrogativi ancora più complessi. La verità viene alla luce in tutta la sua durezza e costringe il protagonista a confrontarsi con una scelta difficile, quasi paradossale: rinnegare in parte il senso stesso della sua indagine per perseguire quello che appare come un bene superiore.
Ed è proprio questo il nucleo più profondo di “D’Estate e di Morte”. Al termine della lettura non resta soltanto la soddisfazione per un enigma risolto da parte del protagonista, ma una domanda destinata a continuare a risuonare nella mente del lettore: la giustizia coincide sempre con la verità? De Marco non offre risposte definitive e lascia che sia ciascuno a interrogarsi nella sua transitorietà nel presente. Una scelta coraggiosa che rende il romanzo non solo avvincente, ma anche profondamente umano.


