Il mostro nell’armadio è una delle paure più ricorrenti tra i bambini; ma in questo romanzo non è il mostro, e nemmeno l’ombra sinistra che proietta sul muro, a fare paura.
Soprattutto, non solo ai bambini.
La storia che spaventa è quella che colpisce una famiglia, nelle proprie relazioni e nella propria stabilità .
Bela è una bambina di otto anni che non solo avverte una presenza inquietante, ma la vede, ci parla, la lascia sedere sul proprio lettino: si chiama L’altra mamma e le chiede di poter entrare nel suo cuore, di potervi prendere posto.
Il mostro vive e si alimenta, anche piuttosto facilmente e senza sforzo, delle bugie della famiglia di Bela mostrandosi come un’entità precisa: il disfacimento della famiglia stessa, così come appare ogni giorno davanti agli occhi della bambina.
Il linguaggio è ciò che maggiormente conferisce ritmo alla narrazione: è una bambina che racconta dunque le frasi sono brevi; c’è una nota introduttiva che chiarisce la mancanza dei segni di dialogo.
Il parlato si distingue dal resto solo grazie al rientro del capoverso: non ci sono caporali o virgolette. Un modo davvero interessante per accostare i dialoghi all’effettiva capacità di espressione di Bela, spezzata, frammentaria. La mamma dice. Il papà dice.
Il romanzo non ha bisogno di accadimenti particolari o particolarmente violenti: la quotidianità di una famiglia in difficoltà è più che sufficiente a mettere paura, a mantenere alta la tensione.
L’altra mamma tenta continuamente la piccola Bela, quasi sul punto di cedere, ma non si svela mai del tutto.
Fino a un finale fatto di confessioni, di verità tenute esse stesse, per anni, nell’armadio e soffocate per mantenere un’integrità di facciata minata – alla fine – proprio dalla troppa fiducia nei legami, dall’idea che possano essere dti empre per certi, saldi e inviolabili.


