
Gaia Virgili, Enrico Radeschi e Luca Botero: tre personaggi, tre anime diverse del crime firmato Paolo Roversi. E adesso, a completare il poker, arriva il Drago. Ex sbirro, ruvido e decisamente poco incline alle buone maniere, si muove nel sottobosco milanese con un’improbabile agenzia investigativa, una Ducati Monster e un amore smisurato per gli animali. Tira di boxe, beve Fernet e, prima di chiederti chi sei, probabilmente ti rifila una testata. Un personaggio fuori dagli schemi che Roversi ha deciso di rispolverare a distanza di anni con Il mestiere del buio,Piemme ed. trasformandolo in un nuovo protagonista della sua Milano criminale.
Perché hai deciso di rispolverare il Drago a distanza di anni?
«I motivi sono diversi. Il noir era la tessera che mi mancava all’interno del mio percorsi. Radeschi rappresenta la mia idea di giallo, Botero è quello che definisco un giallo classico, mentre Gaia Virgili vira maggiormente verso il thriller. Mi mancava un noir e non sempre si presentano le occasioni giuste per scriverlo. Sono molto contento di questo ritorno: per il Drago è un nuovo inizio. In molti mi chiedevano che fine avesse fatto e se, prima o poi, avessi avuto intenzione di riproporlo. Adesso è tornato».
Come ogni noir, anche “Il mestiere del buio” edito da Piemme porta con sé un messaggio. Qual è quello del Drago?
«In questo caso è l’amore per gli animali, che in un certo senso rappresenta anche l’amore per gli indifesi. Un noir deve sapersi muovere in un contesto sociale che non necessariamente procede di pari passo con quello legale. Il Drago è vegetariano, ama gli animali e odia gli uomini: è un personaggio decisamente fuori dagli schemi che però, pagina dopo pagina, si svela».
Anche in questo romanzo ci sono molti riferimenti a una Milano del passato, come era già accaduto con Botero e Radeschi. È un’operazione nostalgia?
«Senza dubbio ci sono molti riferimenti retrò, ed è una forma di nostalgia rispetto al passato. Il libro è ambientato in una Milano pre-Expo, ma ho inserito tanti richiami a epoche precedenti: penso alla via Gluck, alla palestra di boxe e a tante situazioni che nella Milano di oggi non esistono più, o comunque non sono più così».
Come accaduto per molti altri tuoi romanzi, anche questa volta il lettore scopre una Milano particolare. Gaia Virgili lo aveva portato sui Navigli, Radeschi nel salotto buono della città, mentre il Drago conduce a Chinatown. Raccontare ogni volta un volto diverso di Milano è una scelta precisa?
«Milano si presta molto a operazioni di questo genere. A volte le idee nascono un po’ così: se ti trovi in un posto e qualcosa ti colpisce, le idee iniziano a mettersi in moto. Sicuramente raccontare ogni volta un pezzo diverso di Milano è qualcosa di assolutamente voluto e che mi diverte molto, anche se richiede un lavoro tutt’altro che banale».
Il Drago ha un futuro da personaggio seriale? «L’idea sarebbe quella, anche se adesso è senza dubbio molto presto per dirlo. Diciamo che possono esserci diverse sorprese all’orizzonte».
Nella letteratura crime contemporanea la serialità è sempre più importante. È un’operazione necessaria per creare un legame con il pubblico?
«Il personaggio seriale chiaramente fa breccia più facilmente nei lettori e crea quasi un rapporto vero con il protagonista dei libri che leggono. Poi, naturalmente, riuscire a costruire una serialità può avvicinare alle produzioni televisive, e questo è un particolare da non trascurare. Bisogna anche considerare che la lettura di un protagonista seriale ti porta subito dentro la storia: non richiede alcun particolare adattamento da parte del lettore. Partendo dal presupposto che la lettura è uno spazio intimo e intellettivo, immergersi in una storia nella quale si conoscono già i protagonisti è decisamente più accogliente».