«Una matassa di fili insanguinati» è questa in estrema sintesi l’intreccio criminale che Marina Visentin racconta – con la consueta, avvincente perizia – in A mani nude, il suo ultimo romanzo uscito per Laurana Editore nella collana Calibro 9 in questo stesso mese di ottobre.
Terza indagine per Giulia Ferro, vice questore a Milano dopo un tormentato inizio di carriera presso la questura di Bologna, ormai pienamente apprezzata dai superiori per rigore e intuito, anche se spesso le sue indubbie capacità finiscono per prolungare le indagini più di quanto questore e PM incaricato si augurino.
È giusto il caso delle due morti con cui si apre il romanzo, sospette forse per Giulia soltanto, che fatica a credere alle apparenze. Un suicidio per il notabile Guido Andrea Del Corno, accanto alla tomba di famiglia nel Cimitero Monumentale di Milano, che però non ha lasciato alcun biglietto per spiegare il suo gesto. Un violento pestaggio per Federico Luini, pregiudicato e alcolizzato, che è venuto a morire sul Naviglio Grande, al polo opposto della sua abitazione, per mano del giovanissimo membro di una gang, già reo confesso.
Due soli giorni separano il ritrovamento di quei cadaveri, ma una distanza siderale intercorre tra le loro esistenze: agi e privilegi per Del Corno, membro di una famiglia tra le più ricche di Milano; una lunga scia di condanne per Luini, rivoluzionario convinto negli anni di piombo ma forse troppo ingenuo per non pagare anche al posto di altri.
Contro ogni evidenza Giulia Ferro non si risolve a chiudere quei casi per quel che sembrano, un suicidio e una lite degenerata tra balordi, ma ecco che il suo intuito riceve un’inaspettata conferma dalla testimonianza, non richiesta e nemmeno gradita, di un amico di Luini, Valerio Vitaliani, che le rivela un passato da rivoluzionari comune alle due vittime.
Oggi si occupa di volontariato, ma di quel passato anche Vitaliani ha fatto parte e, quel che è peggio, pure Rino Ferro, il padre di Giulia. Un passato che lei non gli ha mai perdonato e che adesso disprezza in quella banda di ormai ottantenni rimasti imbrigliati in inutili giorni di ideali e violenze.
«Un che di fastidioso, come un prurito leggero ma insistente», quei due decessi glielo hanno trasmesso fin dall’inizio, mutandosi ora in un’ostinata convinzione che la spinge a scavare nel passato per riannodare i fili di una catena di sangue che lega non due ma addirittura sei morti, «iniziata cinquant’anni fa e finita da pochi giorni, ammesso che sia finita». All’ombra elusiva dei servizi segreti operanti in quegli anni di opposti estremismi si dipana così un’indagine densa di depistaggi e reticenze, dannata addirittura agli occhi di Giulia per la quale la ricerca inesorabile della verità si accompagna al crudele ricordo di un passato personale «pieno di scheletri e spettri».
Ancora una volta Marina Visentin si dimostra scrittrice di piena maturità, abile e convincente nel confezionare una storia che risponde a tutti i requisiti della migliore narrativa crime. D’altronde l’autrice è fin qui apparsa a proprio agio qualunque forma narrativa abbia deciso di scegliere per narrare le sue storie: la favola nera per Biancaneve (Todaro, 2010), il noir psicologico per Aurora (Laurana Editore, 2024) o il poliziesco per la serie di Giulia Ferro. A mani nude, in particolare, si rivela un giallo investigativo serrato e complesso, che si mantiene plausibile a ogni snodo narrativo, anche quando il viluppo di indizi si fa quasi inestricabile dilatandosi verso un passato di cui molti vorrebbero perdere memoria. O fingono di averlo fatto.
Il romanzo però è molto di più. Non diversamente dalle precedenti prove dell’autrice, tutte mirate a modellare indimenticabili e plastici ritratti femminili, anche A mani nude riesce a incatenare l’attenzione del lettore con depistaggi e colpi di scena, mentre gli svela i meccanismi più profondi della psiche umana.
I personaggi di Marina Visentin brillano di vivido colore, resi persone ben più che caratteri da espressioni, tic, idiosincrasie, eloquio, interazioni vicendevoli. La descrizione fisica è solo un accenno, all’autrice non serve per renderli di umano rilevo. Le basta una movenza, un’inflessione dialettale, un mezzo sorriso, un moto di insofferenza, ed eccoli ergersi dalle pagine e trasmetterci l’impressione di incontrarli ogni giorno nelle nostre vite.
La squadra intera agli ordini di Giulia, persino il questore e il magistrato incaricato, ci strappano a volte un sorriso che allenta la drammaticità del racconto: pieni di rispetto per le sue capacità, quasi vittime di un complesso di inferiorità nei suoi confronti, pronti a scattare per corroborare le sue intuizioni ma sempre un passo indietro, incapaci di afferrare ciò che lei ha già compreso.
Un discorso a parte merita Alfio Russo, il suo braccio destro, «una delle poche persone al mondo di cui Giulia si fida davvero». Un rapporto decollato lentamente, il loro – Alfio spesso incarna ciò che Giulia esecra in un uomo, piacione, incapace di ubbidire agli ordini fin quasi al limite dell’insubordinazione, amico di tutti, con la battuta anche troppo pronta –, l’ispettore capo è però una persona gentile che le legge dentro anche più di quanto Giulia desideri. Ma per lei c’è, sempre.
Ho tenuto per ultima Giulia stessa, protagonista ormai di tre romanzi (Cuore di rabbia, SEM, 2022; Gli occhi della notte, SEM, 2023; A mani nude, Laurana Editore, 2025), attraverso i quali il lettore ha amato la sua evoluzione personale e professionale.
Come già ebbi a scrivere al suo esordio, Giulia Ferro è una grande protagonista, vibrante di un genuino dolore di vivere e di una caparbia forza di sopravvivenza. Con il tempo, la rabbia per l’iniquità di un passato che una famiglia disfunzionale l’ha costretta a vivere si va attenuando, o meglio resta quasi sempre sottotraccia, pronta però a deflagare quando qualcuno o qualcosa obbliga Giulia a ricordare. Ciò che appunto accade in questa terza indagine. Una palude, il passato, di «fango e dolore», incarnata nella figura del padre, assente sempre anche quando ha cercato di esserci, incapace di sfuggire ai suoi stessi fantasmi, inetto per essersi fatto coinvolgere in eventi più grandi di lui, imperdonabile per la figlia. Eppure, e qui il personaggio di Giulia vibra di umana autenticità, esiste solo una via per disarmare il passato, e la rabbia cocente e autodistruttiva che ne deriva: il perdono, francescanamente concepito come un dono rivolto più a se stessi che a coloro che ci hanno offeso.
E mentre Giulia indulge ancora nelle sue estenuanti camminate per Milano, queste acquistano un sapore diverso dal suo primo ritorno a una città che le sembrava di non aver mai amato. Filtrate ormai attraverso il suo processo di accettazione, anche stagioni e condizioni atmosferiche riverberano il suo stesso sentire, respirano con lei. Come Milano che «in bilico sul buio, in attesa della notte, respira piano e aspetta la fine dell’inverno».
Il Cimitero Monumentale, la chiesa di San Cristoforo sul Naviglio Grande, i palazzi di prestigio in via Bianca Maria di Savoia, la periferia della piccola borghesia, s’impongono attraverso altrettanti piani sequenza. È il modo brillante ed espressivo con cui Marina Visentin ha deciso di raccontarci la sua storia: ogni capitolo una scena, vista dagli occhi di Giulia. Che diventano anche i nostri.


