Il crimine del Paradiso – Guillaume Musso



Guillaume Musso
Il crimine del Paradiso
La nave di Teseo
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In un contesto apparentemente paradisiaco, quello della Costa Azzurra degli anni Venti, nella splendida cornice di Cap d’Antibes, tra feste di extra lusso, ville da capogiro, hotel del rango dell’Eden Roc e tanto luccichio che non sempre corrisponde all’oro, l’americana famiglia dei Livingstone è colpita dalla sparizione di Oscar, il loro bimbo di tre anni di cui non si ha più traccia.

La denuncia di sparizione attiva l’intervento della gendarmeria di Marsiglia che pone a capo dell’indagine il commissario Joseph Lequel sostenuto dal fedele ispettore Charlie Langlois. I due si trovano sin da subito a dover sfondare il muro di ipocrisie costruito su valanghe di bugie che gli ospiti della villa -posta sotto sequestro- hanno sapientemente costruito mattone su mattone per proteggere le loro vite, altrettanto in precario equilibrio tra verità e bugie.

Personaggi tanto stravaganti quanto fragili che formano una sorta di circo d’eccezione provvisoriamente stabilitosi nella villa dei Livingstone. Ne fanno parte attrici alcolizzate in crisi di mezza età, ricchi imprenditori vittime d’alcolismo, pugili dall’ostentato machismo, politici influenti ma non sempre specchiati che il commissario Lèques (ispirato al bisnonno dell’autore) si trova a giostrare come un estemporaneo domatore di leoni. 

Al suo fianco non può di certo mancare -ciliegina sulla torta!- la solita scrittrice di gialli che di nome fa proprio Agatha,  determinata a non lasciarsi sfuggire l’idea per il suo prossimo romanzo. 

Il prodotto di Musso è sicuramente ben scritto, la trama ben ordita, l’ambientazione ben resa, il protagonista sufficientemente accattivante e con il baglio minimo di traumi nel cassetto di un passato difficile (quello della prima guerra mondiale, di cui è reduce) per essere credibile. 

Ma a volte l’arte risiede nell’imperfetta sbavatura di qualcosa che, pur non coincidendo con un’equazione matematica, lascia un segno nell’anima: questa entità sconosciuta alle logiche moderne dell’economia che purtroppo il mixer programmato sul ricettario perfetto «trama alla Agatha Christie» più «ambientazione alla Fitzgerald» non riesce a restituire nella sua più autentica fragranza.

Il limite di questo lavoro – purtroppo- risiede proprio nelle numerose citazioni e negli ambiziosi omaggi letterari di cui il romanzo è ricco, che ci spingono inevitabilmente a fare la seguente riflessione: basta essere affermati cattedrati di economia, e scrittori altrettanto riconosciuti, per competere con la graffiante disperazione che trasuda dalle migliori pagine della letteratura del Novecento? O il meglio che si può fare oggi, pressati dalle logiche di mercato, è solo assemblare un paio di buone idee messe insieme da tecnica e abilità  narrativa? 

Forse la letteratura è solo una sopravvissuta alle logiche del mercato editoriale, forse ha già perso, forse non è nemmeno una gara e semplicemente questi due mondi possono viaggiare paralleli. 

Forse tutto insieme e non necessariamente nell’ordine.

Io però continuo a preferire l’originale.

Silvia Alonso

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