Il dilemma di Eva – Elisa Hoven



Elisa Hoven
Il dilemma di Eva
Neri Pozza
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Ci sono opere che costruiscono una storia e altre che costruiscono un dubbio. Il dilemma di Eva appartiene con decisione alla seconda categoria: un testo che non cerca di rassicurare il lettore, ma di coinvolgerlo in un dispositivo morale in cui ogni certezza si incrina e ogni giudizio si complica.

Nove casi giudiziari -ognuno col proprio decorso- , al centro dei quali si colloca Eva Herbergen, una brillante avvocata penalista tedesca che, al culmine della sua parabola lavorativa, si interroga sul confine tra bene e male attraverso una carrellata retrospettiva dei casi più significativi della sua carriera.

Il caleidoscopio umano che ne emerge, e il correlato catalogo delle abiezioni,  è il più vario: Eva ci porta per mano a rivivere i dilemmi che hanno costellato la sua carriera, nel limite limaccioso che caratterizza il confine tra responsabilità e fatalità, colpevolezza e premeditazione.

Legittima difesa, stupro, omicidio con occultamento di cadavere, addirittura cannibalismo, sino al reclutamento di bambini soldato. Nulla sembra sfuggire alle casistiche che evidenziano le piccolezze umane- e in diversi casi gli abissi- di cui Eva è testimone, spesso, oltre che in qualità di difensore, anche di complice inconsapevole.

Il filo conduttore di questi casi è la difficile ricerca della verità, non solo giudiziaria, ma soprattutto etica, dove spesso l’astratto ideale di giustizia viene scalfito dalla storia personale e dal dramma umano di ogni imputato.

In alcuni casi, a vincere un processo è l’abilità del presunto innocente nel mischiare le carte dei fatti, avvalendosi di circostanze a lui favorevoli  e ingannando anche il suo legale. Perché spesso la verità è solo quella di comodo, ovvero ciò che si decide di vedere aprioristicamente, rinunciando a scavalcare il muro delle comode apparenze.

In altri, le innegabili abiezioni umane sono a loro volta il prodotto di una catena di ingiustizie e bestialità in cui il reo è stato costretto a vivere, senza quasi nessuna possibilità di scelta. 

In altri ancora prevale l’abilità manipolatoria dell’assolto, che si avvale della propria condizione sociale -superiore a quella del condannato- per ottenere l’impunità a discapito di chi è vittima dei soliti pregiudizi sociali.

Non ultimo, il caso in cui la manipolazione viene fatta dalla vittima per ottenere giustizia ad ogni costo, dove altrimenti, in un sistema garantista dove vige la regola del “in dubio pro bono reo”, a fronte di una condanna multipla per concorso in tentato omicidio si otterrebbe l’assoluzione.

Tutti casi limite che, a ben vedere, tali non sono, rispecchiando invece la falla costante e inevitabile del diritto, una scienza che non è mai esatta. 

In questo senso, “nulla è come sembra”: l’assenza di certezze non è un semplice artificio di tensione, ma la vera architettura del romanzo, che risucchia il lettore in un movimento a spirale da cui lo costringe a rivedere continuamente la propria posizione.

Una corrente sotterranea che richiama la migliore tradizione noir europea: quella dove il male non è mai del tutto esterno e la verità presenta spesso zone d’ombra rispetto alla giustizia.

Nell’opera della Hoven, la giostra degli assolti e dei colpevoli si muove dentro una realtà opaca, dove ogni scelta ha un costo che nessuna sentenza può davvero compensare, l’assoluzione non è mai totale, così come la colpa non è mai netta, mostrandoci come l’autrice abbia preso il degno testimone del filone europeo sul dubbio giudiziario che parte da Dostoevskij, per abbracciare Kafka sino ad approdare a Carrère.

Un libro che non consola e non assolve , e proprio per questo lascia il segno.

Silvia Alonso

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