“Signore e signori, stasera ci cimenteremo con una vera indagine, un’indagine nella quale è coinvolta la nostra stessa famiglia: il caso Verreman. Fra poco esamineremo le prove e valuteremo le conclusioni presentate in tribunale dall’accusa. A ciascuno di voi è stata assegnata una parte. (…) Un uomo è stato accusato e, come vedrete, in un certo senso condannato. Cionondimeno, questo è uno dei casi più singolari nella storia della giustizia, e il tribunale in cui quest’uomo è stato giudicato non era un tribunale penale”.
Inizia così “L’enigma dell’assassino” di Hazell Ward per Longanesi: un romanzo giallo interattivo con tema ‘invito a cena con assassinio’, solo che il crimine è già avvenuto da mezzo secolo, la casistica rientra nel ‘delitto a camera chiusa’ e l’attenzione si concentra su: ‘chi è stato a commetterlo veramente?’
L’autrice si diverte a giocare con tutti gli stilemi di genere: dalla classica situazione in cui tredici ospiti sono convocati a una elegante dimora londinese, di memoria innanzitutto ‘Agatha-Christiana’, all’attenzione rigorosa per ogni indizio e prova, con ricostruzioni meticolose e reiterate dei fatti. La sfida per il lettore, chiamato inizialmente come Il Grande Detective e invitato a sottoscrivere con l’autore un contratto basato sul fairplay, è individuare chi, come e perché ha commesso un omicidio e se davvero è stato Lord Verreman, il padre dell’organizzatore della ‘cena crime’.
“L’enigma dell’assassino” utilizza una narrazione in seconda persona e inserti o aside in cui l’autrice discute del caso, pungola, sollecita o sfida chi legge: un’arma a doppio taglio perché spesso tale insistenza sul meccanismo del giallo o i ‘facciamo un gioco’ interrompono il ritmo della narrazione, allentano la tensione e possono compromettere la sospensione dell’incredulità necessaria per immergersi nelle dinamiche chiave del caso.
Hazell Ward omaggia i maestri del giallo introducendo i capitoli con citazioni che spaziano da S.S. Van Dine a Mary Roberts Rinehart a Edgar Allan Poe, ma anche inserendo personaggi come gli scrittori Wilkie Collins, nei panni di un parcheggiatore, o Gaston Leroux, come usuraio o Henry Wade, amico dell’accusato.
Si deve all’autrice la capacità di montare e smontare teorie, giocando con i diversi punti di vista dei personaggi. La prima parte del romanzo ricostruisce la dinamica dei fatti attraverso testimonianze che il lettore dovrà valutare. Ma “le cose non sono come sembrano” e dal capitolo 8 prende il via una nuova prospettiva che coinvolge un nuovo detective e riaffronta ogni singolo aspetto del caso e dell’indagine in base al suo fiuto e a una inedita dinamica con l’ospite. È solo il primo dei giochi che l’autrice organizza per un romanzo ingegnoso e straordinariamente accurato, che rimescola i fatti in varie salse e richiede particolare impegno e spesso pazienza al lettore.
Infatti, in questo romanzo, prevalentemente basato sui dialoghi e sul meccanismo del giallo, più che l’immersione narrativa, la priorità è vincere una sfida logica: raccogliere indizi, interpretare documenti, formulare ipotesi e ‘giocare’ contro l’autrice. Non a caso il titolo originale in inglese è “The game is murder”. La trama e i personaggi sono per lo più strumenti al servizio dell’enigma. Molto apprezzati i test finali che consentono di riepilogare gli aspetti chiave anche ai più distratti (e su 446 pagine, Hazell Ward lo concede anche al lettore più attento). Il romanzo è autoconclusivo, per cui si arriva al/alla colpevole, ma le ultime righe fanno pensare a un sequel.
Alla fine, chi è l’assassino reale? Per capirlo firmate pure il contratto che l’autrice vi richiede, ma non fidatevi ciecamente di nessuno.


