Un nuovo caso sconvolge Telévras, il mitico paesino sardo dove vive Gesuino Némus, eteronimo del nostro autore che, in realtà, di nome ne avrebbe un altro. Che si guarda bene dal rivelare.
«A Telévras si vive ancora in longitudine e l’assenza si misura a bicchieri di cannonau o a silenzi, la verità è solo una bugia che ha avuto la pazienza di invecchiare bene.» Ma non così tanto bene da… non venire finalmente svelata. Anche se a distanza di cinquant’anni.
Gesuino, nome che in qualche modo rimanda a «Genuino», di cognome fa Némus… che potrebbe voler dire nessuno sennonché rinvia, a sua volta, al Némus, bosco sacro… che spinge il nostro protagonista, esule dalla natia Sardegna nella penisola italica, a volersi «rifare una vita» a Milano dove, per l’appunto, c’è una famosa chiesa: sant’Ambrogio ad Némus.
Rifarsi una vita non è l’espressione più adatta a un trovatello poco dotato, scaricato come un pacco da un istituto psichiatrico a un altro, da un lavoro socialmente «inutile» a un altro, tra una fuga e l’altra… alla ricerca dell’amore della sua vita: Cecilia Mongia, il cui nome è a sua volta un «omen», un presagio. Perché «mongia», in lingua sarda, significa suora.
Ma non corriamo troppo… anche perché Gesuino impiegherà ben cinquant’anni a trovare il bandolo della matassa per chiarire il caso irrisolto, il «cold case» che avvelenerà l’intera sua vita e quella della comunità di Telévras.
Era la notte tra il 17 e 18 giugno del 1970 e proprio al pareggio di Schnellinger a tempo scaduto «avvenne qualcosa che fece passare in secondo piano quella memorabile disfida tra pedatori italici e teutonici.» Il carabiniere semplice Piras fece capolino per chiamare fuori il parroco del paese, don Cossu, e il dottor Pòddighe: qualcosa di importante doveva essere accaduto. Infatti, a 5 km dal paese, vicino al fiume in secca, era stato ritrovato il cadavere di una giovane donna, troppo alta per essere una di Telévras, di pelle troppo chiara per poter essere una sarda, evidentemente in stato di gravidanza avanzato, chiaramente «sparata a bruciapelo alla tempia.»
Così, tra l’esultanza per il vantaggio definitivo di Gianni Rivera, che portò i nostri pedatori sul 4 a 3, e l’orrore per la macabra scoperta, Telévras si ritrovò in bilico tra sentimenti contraddittori.
E Gesuino? Aveva un unico grande desiderio: poter parlare con Cecilia Mongia, la ragazzina tredicenne di cui si era innamorato, la ragazzina che aveva visto gli occhi di Dio, la bambina che doveva confidare un segreto al Papa, in quei giorni in visita nell’isola.
Ma anche Cecilia è destinata a sparire dalla vita di Gesuino, così come Matteo Trudìnu, l’amico intelligente ormai scomparso da tempo da Telévras. Solo una lettera rimane in mano a Gesuino, che non oserà aprirla fino a molti decenni dopo. Una lettera che sarà la chiave per risolvere il «cold case» di cui sopra. Una lettera che Matilde, la sorella di don Cossu, aveva trovato nella cassetta della posta e consegnata a Gesuino, il destinatario.
Così Gesuino, senza una famiglia propria o disposta ad accoglierlo si dà alla fuga, alla ricerca di Cecilia che si dice sia stata data in adozione a una ricca famiglia del continente, per la precisione romana. Così noi lo seguiamo prima a Roma, dove la cerca in ogni strada e quartiere, e poi a Milano, dove trova l’ambiente giusto in cui poter «sopravvivere».
Le fughe, le soste, la permanenza in istituti, la relazione con medici, psichiatri, amici, conoscenti… forniscono a Gesuino Némus l’occasione per una serie di divagazioni e riflessioni, tra il serio e il faceto, il filosofico e il poetico, il cronachistico e lo storico, il filologico e l’incongruo, che sono la forza dell’intero romanzo. Che si conclude comunque con la risoluzione del «cold case», tra spiegoni semi seri e cori semi tragici del «Cannonau &Basta» e una riflessione finale di Gesuino: «Cecilia odiava le more.»
Gesuino Nèmus si riconferma ancora una volta autore eclettico, giallista, noirista, thrillerista eccentrico e inaffidabile, ma garbato, piacevole, raffinato, arguto e mai scontato.


