Il tempo dell’orologiaio – Maurizio de Giovanni



Maurizio de Giovanni
Il tempo dell’orologiaio
Feltrinelli
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Con Il tempo dell’orologiaio, Maurizio de Giovanni chiude la sua storia iniziata con L’orologiaio di Brest e costruisce un noir pieno di ombre, dove il passato non è solo memoria ma una ferita ancora aperta. Un romanzo permeato dal cupo fragore degli anni di piombo, dal peso di irrevocabili scelte e dal senso di oppressione che accompagna chi ha vissuto troppo a lungo nascosto dentro una menzogna.
Lasciati i più familiari territori delle serie del commissario Ricciardi o dei Bastardi di Pizzofalcone l’autore si introduce in una narrativa più politica, dolorosa e crepuscolare. Lo fa senza trasformare la trama in un pamphlet ideologico, preferendo scavare nelle vite spezzate dei personaggi, nei loro rimorsi, nelle fedeltà che sopravvivono al fallimento delle illusioni rivoluzionarie.
L’inquietante atmosfera del romanzo è il suo atout principale . Tutto par muoversi in un tempo sospeso, come suggerisce la metafora dell’orologio fermo più volte evocata nel libro. I ripetuti passaggi tra presente e passato creano una continua suspance: da una parte l’Italia contemporanea, dall’altra il buio degli anni Settanta e Ottanta, attraversati dalla violenza politica, dai servizi deviati, dai segreti di Stato e da uomini costretti a sparire per continuare a vivere. Non si nota vera separazione tra le due epoche. Il passato filtra, contamina ogni gesto, riaffiora nei silenzi e negli sguardi dei protagonisti.
Carlo Malavasi, conosciuto con il nome di battaglia “Sergio”, domina la scena con la tragica forza dei personaggi destinati a non trovare pace. Ex militante della lotta armata, geniale artificiere, latitante sopravvissuto a decenni di clandestinità, Carlo si porta addosso il peso di una stagione storica. Non assolto dal romanzo, e proprio per questo più autentico, De Giovanni evita indulgenze nostalgiche, Malavasi resta un colpevole, tormentato, incapace di sfuggire alle proprie responsabilità. Tuttavia, dal suo confronto con la memoria, emerge in lui la consapevolezza di chi ha compreso il prezzo dei propri ideali.
Poi c’è suo figlio per lui  sconosciuto,  Andrea Malchiodi, professore di Storia medievale abituato a scoprire il passato solo nei documenti e negli archivi, fino a quando  la storia diventa per lui  personale, vitale, insostenibile. Andrea forse è il personaggio più umano del romanzo: un uomo normale trascinato dentro un’eredità impossibile da accettare. La scoperta di avere un padre creduto morto e invece coinvolto nella violenza armata infrange le sue certezze, costringendolo a rivedere tutto. Il rapporto fra Carlo e Andrea sarà il fulcro del libro. Non esiste facile riconciliazione fra loro, solo un lento avvicinarsi fatto di diffidenza, rabbia e domande rimaste troppo a lungo senza risposta.
Poi c’è Vera Coen, giornalista tenace, divorata dal bisogno di conoscere la verità sulla morte del padre, ucciso nell’attentato al giudice Giovanni Contini. Vera non chiede vendetta, solo sapere, dare un nome ai colpevoli, riportare alla luce ciò che altri hanno sepolto. La sua inspiegabile scomparsa trasforma il romanzo in una corsa contro, il tempo, dando alla narrazione un ritmo quasi febbrile.
Ben centrata anche la figura di Martina, nipote di Carlo e figlia di Andrea. Brusca, intelligentissima, insofferente alle mediazioni, rappresenta la successiva generazione: quella nata molto tempo dopo gli anni di piombo dei quali si trova costretta a raccoglierne le macerie. Tramite lei il romanzo propone una amara riflessione: i figli spesso finiscono con ereditare colpe e silenzi dai padri.
L’indagine avanza dentro una rete di ombre dove compare l’Entità, oscuro organismo interno al Vaticano incaricato di cancellare scandali e ristabilire equilibri. L’Entità non è solo un segreto: è il simbolo di un invisibile potere in grado di manipolare eventi e persone.
La trama alterna momenti di forte tensione ad altri più riflessivi, nei quali risaltano  la malinconia e il disincanto dei personaggi. De Giovanni usa uno stile asciutto ma evocativo, in grado di dare peso emotivo alle situazioni senza eccedere nel sentimentalismo. Le città della storia: Brest, Roma, le periferie della memoria italiana, appaiono luoghi sospesi, dove il tempo sembra essersi fermato come le vite dei protagonisti.
Il tempo dell’orologiaio non è solo un thriller politico ma e soprattutto una riflessione sul fallimento delle ideologie, e sull’impossibilità di cancellare davvero il passato.
Un romanzo cupo ma coinvolgente, percorso da una forte tensione emotiva, con il noir trasformato in strumento per sviscerare la storia italiana e le sue zone più oscure. Che regala al lettore  alla resa dei conti finale, il sapere che il tempo non può sanare tutto. 

Patrizia Debicke

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