Se adorate la “bella prosa”, non leggete questo thriller. Perché qui ciò che conta è la veridicità, l’immedesimazione in una storia che appare totalmente credibile. Le frasi telegrafiche corrispondono a delle azioni e considerazioni, tipiche di un racconto cinematografico.
La mente è strana, complicata. Ed è incredibile quanti pensieri scaturiscano da una semplice visione, una riflessione, un concetto. Seguendo il cosiddetto stream of consciouness tanto caro agli inglesi, ovvero una tecnica narrativa letteraria del primo Novecento che riproduce liberamente il pensiero così come appare nella mente, prima di essere riorganizzato in frasi logiche, l’autrice inserisce diversi colpi di scena, coinvolgendo totalmente il lettore. Ragione per cui le pagine si “divorano” senza alcuna fatica e l’opera risulta inquietante al punto giusto, priva di inutili lungaggini o moralismi fuorvianti.
La vedova è il primo romanzo della norvegese Helene Flood (classe 1982), pubblicato da Newton Compton nel febbraio 2026. Un’autrice che ha fatto centro, consacrandosi come maestra del thriller scandinavo, ai primi posti delle classifiche.
Un thriller psicologico, per inciso, parecchio feroce. Dove il dubbio domina sovrano, così come il sospetto. I capitoli non sono numerati canonicamente, ma classificati attraverso salti temporali nella vita della protagonista, prima e dopo che giungesse “Quel Giorno” a stravolgere tutto.
La vedova in questione è Evy, una donna di mezza età che ci tiene a raccontare il suo vissuto, quasi che ogni evento avesse avuto un’origine o un significato peculiare. Dopo quarantacinque anni di matrimonio, un pomeriggio lei saluta suo marito Erling, che parte per fare un giro in bicicletta, e se lo ritrova poco dopo coricato sull’asfalto, privo di vita. In un incidente causato da un malore, di cui ricorda perfettamente i particolari: la cinghia del casco, la ruota anteriore rimasta in equilibrio, la sclera bianca dell’occhio, prima che lui esalasse l’ultimo respiro.
Un episodio doloroso e macabro, non facile da metabolizzare, specie se come Evy si hanno tre figli ormai adulti, che hanno una loro famiglia e tanti impegni. E compatiscono la mamma quasi fosse sempre un po’ confusa. Senza il marito, Evy si sente in sostanza molto sola
Qualcosa però non torna. Prima di morire, Erling era stato vittima di alcuni piccoli incidenti. Evy stessa riscontra che in casa stanno sparendo degli oggetti. Ci sono porte che si aprono da sole, come quella della cantina che invece dovrebbe restare sempre chiusa. Ma sarà vero?
Un vecchio amico di Erling compare in occasione del funerale e intreccia un’amicizia con Evy. Lui ha una storia da raccontare, che rafforza i sospetti della vedova. Anche la polizia suona alla porta, per aprire un’indagine che riesca finalmente a chiarire alcuni punti oscuri.
Qualcuno ha inteso davvero uccidere Erling? Non si è trattato, dunque, di un infarto?
Se così fosse, il misterioso assassino potrebbe uccidere anche Evy, che inizia a dubitare di tutti e non si sente più al sicuro.
Oltre all’indagine sul fatto delittuoso, ci si perde piacevolmente nelle storie di gioventù di Evy. In un romanzo dove nessuno è quel che dice di essere e si nascondono diversi segreti.
Il lettore stesso rimane col dubbio fino alla fine, ma poi la sete di curiosità viene appagata, con un ottimo colpo di scena finale.
Un thriller che mette inquietudine, grazie proprio al modo originale dell’autrice di narrare. Il male è talmente radicato e vicino, che non necessita di grandi artifici. Ci pensa da sé, ad entrare in scena, attraverso una spietatezza e una logicità che riecheggiano disarmanti.


