Leone Serafini, avvocato fiorentino “decaduto” per vicissitudini personali, che, per altro, è bello scoprire tra le pagine, è tornato. Quello di Omicidio al lampredotto, esattamente! Un romanzo che si è aggiudicato nel 2025 più di qualche premio letterario, nonché soggetto seriale che è andato anche pubblicato con un racconto su Il Giallo Mondadori.
Sulla cinquantina, dalla testa calva e la pancia rotonda, Serafini si era rifugiato negli ultimi anni in Brasile, dove aveva iniziato una nuova esistenza. Ma è stata l’amica Amanda, transessuale dal fisico ammiccante e il modo buffo di parlare, ad averlo riportato in Italia, nella sua Firenze, con il progetto di aprire un’agenzia investigativa di cui lei sarebbe la titolare.
E Leone è tornato, giusto in tempo per salvare suo padre da un’accusa infamante di omicidio. Però questo fa parte del primo capitolo ed è bene accantonarlo, per parlare di altro.
Nel gennaio 2026, un anno dopo Omicidio al lampredotto, ecco che Borchi dà alle stampe Meglio un morto in casa” (Fratelli Frilli Editori), una seconda indagine del suo avvocato tenace quanto ironico, che utilizza come intercalare quel “porca zozza!” diventato ormai familiare. Così come un dialogo diretto con la sua coscienza, che ogni tanto fa capolino tra i capitoli e ne mette a nudo i pensieri più reconditi.
Amanda è sempre al suo fianco e lo incalza, affinché venga aperta la loro agenzia. Leone, invece, è indeciso, in quanto si sente stretto nella morsa di una famiglia soffocante, per quanto accogliente, e angosciato dalle ombre di un sistema giudiziario corrotto. Che, in Italia, non può far altro che peggiorare.
Mentre riflette, quindi, se restare a Firenze o darsela a gambe nuovamente in Brasile (con o senza Amanda!), Leone riceve una telefonata. Il figlio di un caro amico, che abbiamo conosciuto nel libro precedente come suo assistente d’indagine, gli chiede aiuto.
Il giovane David, a cui Leone è molto affezionato, si trova infatti in un albergo sui monti dell’Abetone, ed è rimasto coinvolto in un omicidio. Ha trovato la porta di una stanza della struttura aperta, scoprendo il cadavere di una donna, col capo fracassato da un oggetto contundente. E invece di chiamare la polizia, il disgraziato è fuggito, lasciando impronte ovunque. Gli giura, però, la sua più totale estraneità ai fatti.
E come un padre di chi figli biologici non ne ha, però è mosso da un amore sincero, Leone non esita a correre in suo aiuto. Affiancato proprio da Amanda che, dal canto suo, di istinto materno ne avrebbe da vendere.
Qui i due amici andranno incontro ad alcune situazioni difficili, ma per certi versi anche esilaranti, per il tipico modo di comportarsi di Leone, che serio non ci sa proprio stare.
Si conoscono così i vari ospiti dell’albergo, s’indaga e si formano i primi sospetti, non ultimo il fatto che la vittima non fosse persona integerrima.
In quanto a David, Leone è sicuro della sua innocenza, perché era amico del padre e buon sangue non mente. Ma pare nascondergli qualcosa: pessima mossa da propinare al proprio avvocato!
La trama s’ingarbuglia e tenerlo lontano dal “gabbio” non sarà cosa facile.
Fino all’illuminazione finale di Leone, circa la soluzione del mistero, con annessa una rocambolesca resa dei conti.
Un giallo divertente, scritto col puntuale stile evocativo di Wladimiro Borchi. Neanche fosse un film! Che porterà il lettore a fare una piacevole gita in montagna. E, tra le tante sigarette fumate da Leone Serafini, sembra un miracolo riuscire ogni tanto a respirare aria frizzantina.


