Con “Mandorla amara”, pubblicato da Einaudi, Cristina Cassar Scalia aggiunge un nuovo e prezioso tassello alla serie dedicata alla vicequestore Vanina Guarrasi, confermando ancora una volta la sua capacità di unire il respiro del giallo alla profondità del romanzo di carattere con qualche licenza del grande mondo dell’amore in ogni possibile declinazione. In questa storia, forse più che nelle precedenti, Vanina si trova a fare i conti non soltanto con un’indagine intricata, ma con un momento personale estremamente delicato: è Paolo, questa volta, a compiere un passo doloroso, a mettere una distanza che pesa più di quanto la protagonista voglia ammettere. E Vanina rimane sospesa, ancora una volta in bilico tra Catania e Palermo, due città-simbolo di due Sicilie diverse, opposte e complementari, che riflettono perfettamente i suoi conflitti interiori. Da una parte le radici, Palermo, dall’altra il presente e, chissà, il futuro, ovvero Cataia.
Attorno a lei si muove la squadra di sempre, solida come una famiglia scelta: la bresciana Marta, presenza concreta anche se a tratti indecifrabile; poi Spanò e Patanè con la loro umanità inconfondibile; e soprattutto l’avvocata e confidente Maria Giuly De Rosa, figura imprescindibile nel fragile equilibrio emotivo della vicequestore e mai come in questo parte attiva nel plot narrativo. Cassar Scalia riesce come sempre a dare a ciascuno di loro uno spazio proprio, senza mai appesantire la trama principale.
L’indagine prende vita tra Catania e Salina, una delle gemme delle Eolie, la cui bellezza luminosa contrasta con l’oscurità del crimine che la attraversa. Uno yacht alla deriva, sette persone a bordo, sette cadaveri avvelenati. Un quadro apparentemente nitido, quasi didascalico, che però Guarrasi rifiuta di accettare così com’è. Perché Vanina indaga sempre controcorrente, scava dove gli altri non guardano, respinge le soluzioni troppo semplici soprattutto quando l’ovvio prende le sembianze dell’ottavo cadavere di una storia via via più compelssa. Ed è proprio seguendo questa vocazione a diffidare dell’ovvio che il caso si apre come un guscio duro, rivelando strati inattesi, fino a un esito limpido e spiazzante come le acque più trasparenti del mare siciliano.
Mentre l’indagine avanza, ogni personaggio continua a vivere la propria storia, piccole e grandi vicende che ruotano attorno a Vanina senza mai sovrastarla. E sullo sfondo rimane la ferita profonda che la vicequestore non smette di inseguire: la caccia al colpevole del dolore più grande della sua vita, l’attentato mafioso in cui perse la vita sua padre. Una trama parallela che Cassar Scalia ricorda senza mai forzare, come un’eco costante destinata a intrecciarsi, prima o poi, con il percorso principale della protagonista. Ma questa, come l’autrice suggerisce, è un’altra storia, ancora in attesa di trovare il suo compimento.
In “Mandorla amara” la Sicilia è più che un’ambientazione: è un organismo vivo, pulsante. Le frasi in dialetto, le divagazioni culinarie, i paesaggi descritti con una precisione che sa di pittura trasformano la lettura in un’esperienza quasi sensoriale. Cassar Scalia non racconta semplicemente la Sicilia: la fa vedere, ascoltare, respirare.
E così, tra isole splendide e ombre fittissime, tra affetti incerti e verità che emergono lentamente, Vanina Guarrasi continua la sua lotta. Ostinata, fragile, fortissima. Sempre più umana, sempre più indimenticabile.


