Lutto di miele – Franck Thilliez



Franck Thilliez
Lutto di miele
Fazi
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Fazi Editore ripubblica “Lutto di miele”, il romanzo del 2006 di Franck Thilliez che va a concludere (forse) la trilogia che vede come protagonista il commissario Franck Sharko. La storia entra nel vivo già dalle prime pagine, svelandosi sin da subito come un thriller oscuro e inquietante. L’autore ci sbatte in faccia un crimine che ha del surreale: il corpo di una donna viene trovato inginocchiato in una chiesa, completamente glabro e con sette sfingi testa di morto (sì, proprio quelle del silenzio degli innocenti) posate sul suo capo rasato. Stavolta il nostro Sharko però è del tutto una persona diversa da quella che avevamo conosciuto nei romanzi precedenti. È un uomo completamente devastato per la perdita di moglie e figlia e non è soltanto affranto, la sua mente ha subito dei grossi danni e, pur mantenendosi lucido – almeno il minimo indispensabile per gestire l’indagine – riporta delle ferite emotive importanti che lo rendono insonne, visionario e dipendente dai farmaci.

In “Lutto di miele” ogni cosa è cupa e non c’è da stupirsi: se fosse tutto luci e sorrisi, non staremmo leggendo un romanzo di Thilliez. I luoghi sono solitari e scuri, freddi, incutono timore. Persino lo stesso appartamento di Sharko appare come un lugubre teatro sul cui palco si esibiscono attori – e oggetti – allucinati e allucinanti. La trama del romanzo si sviluppa sempre inseguendo le azioni del commissario che, combattendo senza molta convinzione contro i suoi fantasmi, asseconda i suoi stessi ragionamenti fino ad arrivare all’esplorazione del mondo dell’entomologia. Insetti, veleni e malattie infettive diventano parte integrante dell’indagine e Sharko ci si butta a capofitto, noncurante dei pericoli che corre, ormai persuaso di non aver più nulla da perdere. Ciò che scoprirà lo condurrà un passo dopo l’altro verso una terribile verità, una veloce e devastante discesa negli inferi, un luogo in cui il Male avvolge cose e persone e tenterà in tutti i modi di inglobare anche lui.

Lo stile di scrittura del nostro Thilliez di vent’anni fa è diretto, ritmato e costellato da dettagli che, nonostante le tematiche forti, conferiscono una certa scorrevolezza alla lettura. I capitoli brevi e la costante successione di elementi che sviluppano l’intreccio contribuiscono a mantenere alta la tensione e l’attenzione del lettore. Chi legge Thilliez sa bene che si sta parlando di un autore che non si risparmia e che non rinuncia a descrivere nei minimi dettagli le scene di morte e sofferenza. Si sappia perciò che, per questa ragione, “Lutto di miele” non è un thriller adatto a chi cerca una lettura rassicurante, ci sono scene che possono risultare particolarmente crude e disturbanti. 

Indagine a parte, la storia personale del commissario Sharko è senza dubbio quella che spicca di più nel romanzo e che rappresenta uno degli elementi più interessanti della narrazione, soprattutto per chi lo ha già conosciuto leggendo i romanzi precedenti. Leggiamo qui di un personaggio tormentato che si butta a capofitto nel lavoro. Indagare, seguire gli indizi, correre contro il tempo gli permette di non fermarsi mai, così da non soccombere all’immenso dolore lasciato da un lutto che riemerge in continuazione, rasentando momenti che assomigliano terribilmente alla follia. La tematica del lutto, come suggerisce già di per sé il titolo, è il fil rouge di tutto il racconto perché non é soltanto un elemento pregnante della trama, ma diventa una condizione che accompagna un protagonista che sembra sempre combattere tra la voglia di lanciarsi da un precipizio e farla finita e la volontà di combattere per lasciarsi alle spalle tutto ciò che ha perduto.

Nel complesso quindi “Lutto di miele” è un misto tra un noir molto intenso e un thriller psicologico dalle tinte oscure, che unisce ad una storia ricca di suspense l’introspezione del personaggio principale. Negli anni Thilliez è maturato e ci ha abituati bene, ma i suoi esordi, a conti fatti, non sono da meno. Riguardo alla storia del commissario Sharko, oltretutto, sceglie di lasciare una ultima nota inquietante e ambigua nel finale, lasciandolo quindi in qualche modo aperto. 

Erika Giliberto

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