Di rose e di lucciole – Marco Badini



Marco Badini
Di rose e di lucciole
Todaro
Compralo su Compralo su Amazon

È un lunedì d’ottobre del 1933, e la bassa bresciana si sveglia sotto la solita coltre di nebbia che l’avvolgerà fino a primavera. 

In questo paesaggio a tratti onirico, sospeso fra campi di gelso e cascine immerse nell’umidità, il commissario Fulvio Villata -per tutti “il Mastino di Brescia”- e il fedele agente Amilcare Ferri vengono chiamati per risolvere un nuovo caso.

A Padernello, minuscola frazione del bresciano che tuttavia vanta il suo bel castello rinascimentale con tanto di mastio e ponte levatoio, pare sia scoppiata una tragedia. Nelle verdi acque del fossato è appena stato ripescato il corpo di Albina Foresti, una ragazzina di soli sedici anni, orfana di madre, con padre alcolista e fratellino a carico, che ormai è lei ad accudire.

Il perfetto capro espiatorio è anche il sospettato numero uno a portata di mano: Umberto Rabotti, lo “scemo del villaggio”, il primo a ritrovare il cadavere.  Umberto ricorda un po’ la Donatella di Scerbanenco (ne “I milanesi ammazzano il sabato”), perché anche lui -a dispetto delle dimensioni ciclopiche-, è rimasto indietro con la testa, e come spesso purtroppo accade, il paese è piccolo, l’ignoranza lievita e la gente mormora, cosicché la diffidenza nei suoi confronti è alle stelle.

Ma Fulvio Villata è fatto di ben altra pasta, e non solo non si accontenta dei pregiudizi, ma vuole andare ovviamente più a fondo nelle ragioni del mistero anche a proposito del possibile collegamento con la leggenda che avvolge il castello: il fantasma della cosiddetta Dama Bianca, annegata nello stesso fossato secoli prima. 

Scava che ti scava, la realtà apparirà come sempre molto meno sheakespeariana dell’apparenza. La morte di Albina non è un suicidio in stile Ofelia di Amleto, e nel castello non ci sono fantasmi alla Azzurrina. Al contrario, si farà strada l’amara evidenza della banalità del male, sotto la solita coltre di ipocrisie della cosiddetta brava gente di paese. 

Bollata e Ferri dovranno vedersela con i piccoli notabili di provincia che hanno un nome da difendere, i cui figli sono i soliti rampolli viziati che passano da una macchina sportiva all’altra come se cambiassero i calzini.

Il vero pregio di questo romanzo è la capacità dell’autore di affrescare un mondo che non c’è più. Il piccolo mondo antico degli anni del pre guerra col fascismo sullo sfondo, il transatlantico Rex e il suo Nastro Azzurro, la sigaretta Giubek del protagonista sempre accesa, l’osteria di paese, il mito crescente dell’America. I pregiudizi duri a morire, le piccole tragedie umane.

Badini ha lavorato di cesello sul dettaglio storico, e quella provincia padana cattolica e diffidente verso i forestieri, che ricorda da vicino certe atmosfere di Piccolo mondo antico, è resa con mano sicura ed è il valore aggiunto del romanzo. L’indagine è condotta con tecnica: gli indizi materiali sono ben seminati, le deduzioni analitiche, i protagonisti ben disegnati.

Manca tuttavia un’emozione forte, qualcosa che spinga il lettore a non mollare la pagina al di la’ del fatto di trovarsi davanti a un’indagine tecnicamente ben condotta, un’idea portante che faccia evolvere la storia dai soliti binari fissi dell’esercizio logico dello scoprire chi sia il colpevole, per restituire una denuncia sociale e quel velo di disperazione -proprio dei grandi- che fa la differenza.

Tensione e suspense procedono su un ritmo regolare, mai davvero incalzante, e l’originalità – già compressa nel cliché portante della ragazzina annegata nel fossato- resta contenuta entro i margini rassicuranti del genere.

Una lettura piacevole, sorretta da una ricostruzione storica di qualità e da un’indagine ben ordita. Per chi cerca nel giallo di provincia la sua veste più rassicurante.

 

Silvia Alonso

Potrebbero interessarti anche...