Lo specchio del pellegrino – Ben Pastor



Ben Pastor
Lo specchio del pellegrino
Sellerio
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Con Lo specchio del pellegrino, Ben Pastor firma il tredicesimo romanzo dedicato a Martin Bora, uno dei personaggi più interessanti del noir storico contemporaneo. Più che un investigatore, Bora è un uomo alle prese con un conflitto morale che sembra non avere soluzione: ufficiale della Wehrmacht, profondamente legato al senso dell’onore militare, assiste quasi impotente alla trasformazione della guerra in uno sterminio sistematico. La sua sfida più difficile non è contro l’esercito sovietico, ma contro la propria coscienza.

Siamo nell’ottobre del 1941. Ferito, con un braccio inutilizzabile dopo una rocambolesca fuga oltre le linee nemiche, Bora viene inviato a Odessa per far luce sulla morte del maggiore Alt, ufficialmente caduto in servizio. Ben presto, però, l’indagine si rivela molto più complessa e si intreccia con le atrocità commesse durante l’occupazione della città, dove le truppe romene, con il sostegno delle SS, stanno portando avanti i massacri della popolazione ebraica.

L’inchiesta diventa così il filo conduttore di un viaggio nel cuore dell’orrore. L’aspetto investigativo resta presente, ma lascia progressivamente spazio alla dimensione storica e morale del racconto. Bora si muove in una Odessa devastata, sospesa tra il ricordo della grande città cosmopolita affacciata sul Mar Nero e le ferite lasciate dagli eserciti che, uno dopo l’altro, l’hanno occupata e violata. Le eleganti architetture, i caffè, i teatri, le sinagoghe e il porto conservano ancora l’eco di un passato raffinato, mentre tutt’intorno si moltiplicano rastrellamenti, rappresaglie, fosse comuni e distruzione.

L’ambientazione è uno degli aspetti meglio riusciti del romanzo. Ben Pastor restituisce un’immagine vivissima di Odessa: una città che continua a respirare pur nella sua agonia, un tempo crocevia di popoli e commerci, trasformata dalla guerra in un enorme teatro della morte. Non è un semplice sfondo, ma diventa parte integrante della storia, simbolo della distruzione di un’intera civiltà europea e, allo stesso tempo, luogo in cui si intrecciano vicende personali e politiche.

La ricostruzione storica è accurata e frutto di una documentazione evidente, ma non diventa mai esibizione di erudizione. Senza ricorrere a toni enfatici, l’autrice riesce a trasmettere tutto il peso della tragedia collettiva. Accanto alla vicenda storica prende forma anche il percorso interiore di Bora. La convalescenza, la solitudine e la discreta presenza del vecchio cameriere favoriscono un continuo ritorno ai ricordi: l’infanzia, l’educazione aristocratica, la famiglia e gli amori perduti. Il contrasto tra il giovane cresciuto in un ambiente colto e privilegiato e l’ufficiale costretto a muoversi tra massacri, traffici, incontri clandestini e compromessi morali rende il personaggio ancora più complesso. Bora continua a interrogarsi sul significato dell’obbedienza, dell’onore e della responsabilità individuale, mentre la divisa che indossa rischia di trasformarsi nel simbolo stesso del male.

È proprio questa riflessione interiore il cuore del romanzo. Ben Pastor non cerca assoluzioni né condanne semplicistiche, ma accompagna il lettore dentro il tormento di un uomo che prova a restare fedele ai propri principi mentre serve uno Stato ormai dominato dal fanatismo nazista. Le SS, più ancora dell’Armata Rossa, diventano il vero nemico di Bora, un avversario contro cui combatte ogni giorno sapendo che uscirne moralmente illeso è impossibile.

Dal punto di vista narrativo, però, il romanzo presenta anche qualche limite. Il ritmo è volutamente lento e, per buona parte della vicenda, lasciano spazio soprattutto riflessioni, ricordi e digressioni storiche. L’indagine procede a fatica e, almeno nelle pagine iniziali, si ha quasi l’impressione che il giallo passi in secondo piano. Solo nella parte finale, quando tutti i fili della storia iniziano a ricomporsi, la tensione cresce e la componente investigativa ritrova la centralità che ci si aspetta.

Anche alcune pagine sembrano interrompere il naturale sviluppo della trama, quasi fossero episodi pensati per un altro romanzo. È una scelta che privilegia l’approfondimento psicologico rispetto al ritmo e alla suspense, e proprio per questo potrebbe non convincere tutti i lettori.

Resta comunque un’opera di grande spessore, nella quale Ben Pastor conferma la sua capacità di fondere il romanzo storico con il noir e la riflessione etica. Lo specchio del pellegrino non racconta soltanto la ricerca dell’assassino del maggiore Alt, ma soprattutto il viaggio di un uomo costretto a guardarsi dentro mentre attraversa uno dei momenti più bui della storia europea. Un romanzo intenso, colto e doloroso, che lascia più domande che risposte e nel quale la coscienza di Martin Bora continua a essere la vera scena del delitto.

 

Patrizia Debicke

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