C’è qualcosa di volutamente spiazzante in “La verità non esiste“, romanzo d’esordio di Davide Luciani per Entheos Edizioni. Un libro che non cerca mai la strada più comoda, né per il lettore né per il suo protagonista, e che fin dalle prime pagine dichiara la propria intenzione: mettere in discussione certezze, simpatie immediate e persino l’idea stessa di verità che può essere in qualche modo manipolata per il raggiungimento di una giustizia più equa.
Al centro della narrazione c’è Jovis Keelford, un detective decisamente atipico, ex giornalista e attualmente proprietario di un bed and breakfast a Londra per fanatici di Agatha Christie. Keelford è un personaggio difficile da inquadrare e, spesso, da sopportare: irritante, ostinato, incline a un narcisismo intellettuale che si manifesta nella sua ossessione per la deduzione e per quello che si potrebbe definire un vero e proprio illusionismo investigativo. Per lui l’indagine non è solo un percorso logico, ma una messa in scena, un gioco di specchi in cui confondere gli altri che diventa parte integrante del metodo. Il suo senso della giustizia, poi, segue traiettorie tutte personali, mai pienamente sovrapponibili a quelle comunemente accettate. Ed è proprio questa ambiguità morale a renderlo interessante, anche quando risulta respingente.
La struttura del romanzo si muove su due binari distinti: due indagini separate, apparentemente autonome, che procedono in parallelo senza mai sovrapporsi del tutto, almeno fino a quando il disegno complessivo non inizia a emergere: da un lato uno strupatore seriale, dall’altro un incidente automobilistico che rispunta dal passato vestito da omicidio. Luciani gestisce con attenzione questo doppio percorso, costruendo una convergenza graduale verso un unico ambito di possibili colpevoli. Il lettore è chiamato a seguire le tracce, ma anche a dubitare costantemente delle conclusioni provvisorie, in un gioco narrativo che rispecchia perfettamente la filosofia del protagonista: la verità non è mai un dato oggettivo, ma una costruzione fragile e manipolabile.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la riflessione sulla precarietà dei legami umani. La verità non esiste mette a nudo l’amicizia, mostrandone i limiti e le crepe, soprattutto quando entra in conflitto con l’opportunismo e la convenienza personale. I sentimenti, nel mondo di Luciani, non sono mai assoluti né disinteressati: vengono messi alla prova, barattati, talvolta sacrificati sull’altare dell’utilità . È una visione amara, ma coerente, che attraversa l’intera narrazione senza bisogno di facili moralismi.
L’ambientazione a Pescara resta defilata. La città non si impone come protagonista, né come elemento identitario forte della storia; rimane piuttosto uno sfondo funzionale, quasi neutro, sul quale si muovono i personaggi e le loro ossessioni. Questa scelta contribuisce a rendere la vicenda più universale, svincolandola da un contesto troppo caratterizzante e lasciando spazio al gioco psicologico e investigativo.
La sensazione finale è quella di trovarsi di fronte alla prima tappa di un percorso più ampio. Jovis Keelford è un personaggio con cui, per lunghi tratti, si fatica a familiarizzare, ma che, una volta chiuso il libro, sorprendentemente manca un po’.


