“Questa storia è stata difficile da portare a termine e ha richiesto più di dieci anni di lavori continui. L’ho montata e rimontata non so nemmeno quante volte, mi sono sentito Penelope davanti alla tela. L’ho presa e l’ho abbandonata…Ma non l’ho mai scordata. Ho voluto a tutti i costi finire la storia di Elena e del suo essere madre”.
Il risultato di tanti sforzi di Giuliano Pasini è evidente ne Il silenzio che resta (Piemme), un thriller costruito come un puzzle a tessere organizzate per sgocciolare indizi e false piste secondo un complesso meccanismo a orologeria. Ma anche una scatola cinese di scene proiettate avanti e indietro nel tempo, in cui si incastrano alla perfezione traumi, omissioni e colpi di scena sino alla drammatica rivelazione.
Tutto parte da una seduta di ipnoterapia che la protagonista Elena Dal Pozzo effettua per recuperare un po’ di pace dopo aver perduto il figlio Mattia, trovato ucciso in una baracca. Prima della maternità la donna collaborava come giornalista per una testata prestigiosa, poi il figlio è diventato il centro della sua vita. La drammatica scoperta l’ha proiettata in un abisso di dolore che l’ha resa dipendente dagli psicofarmaci, vittima di un devastante senso di colpa. È forse stata una cattiva madre che non l’ha tenuto sotto controllo come doveva? L’interrogativo la tortura, insieme al ricordo della rabbia del marito che non le dà pace: due fattori che la portano spesso a gesti autolesionistici. Un anno è passato e una nuova gravidanza la aspetta, lavora per una piccola emittente locale, ma il dolore non è silenziabile e continua a perseguitarla.
Di fatto l’omicida non si trova, nonostante le buone intenzioni e gli sforzi del vicequestore di origini sarde Santo Mixielutzi, noto come “Sfinge”. Un uomo tutto d’un pezzo che nasconde un segreto sepolto nell’isola dove è nato. Il co-protagonista perfetto, con la sua particolare ferita, per stimolare Elena ad aiutarlo per comprendere la dinamica legata alla scomparsa di un altro bambino. La nuova possibile vittima si chiama come il figlio della donna. Una drammatica coincidenza che riapre ogni porta del passato e spinge i due a ingaggiare una caccia al colpevole serrata e senza esclusione di colpi. Una spasmodica ricerca di colui che Elena definisce “l’uomo fatto di buio”, riportandoci alla mente incubi o immagini simboliche tra Stephen King e Donato Carrisi.
Giuliano Pasini in questo romanzo usa con successo narrazioni in terza persona con intensa focalizzazione per ricostruire tessera dopo tessera i fatti. La scrittura è empatica, chirurgica e diventa trascinante di pagina in pagina, a mano a mano che ‘Penelope Pasini’ dipana millimetricamente la tela. Il silenzio e i profondi interrogativi che nascono portano alla luce dilemmi atavici e segreti inconfessabili, a cui l’autore restituisce una complessità disturbante ma incisiva, mettendosi in gioco come non mai. Di questo i lettori non possono che essergli grati perché non è facile dare voce a una progressiva, inesorabile discesa negli inferi.


