Cominciare a leggere un libro di Camilleri un po’ come incontrare un vecchio amico. Quello lo vedi per strada, ti si fa incontro a braccia aperte e comincia a parlarti con una voce familiare; questo te lo rigiri tra le mani, ne sfogli le prime pagine e ci ritrovi la scrittura inconfondibile, parole come “macari”, “taliare” e quelle come “addrumato”, aciddruzzo”, “picciliddro”, con quel “ddr” che si pronuncia quasi come il “dr” inglese, un suono a met tra la “d” e la “g”.
Poi per succede anche che un vecchio amico ti debba raccontare una brutta storia, e se lo fa con un sorriso amichevole e con qualche battuta per sdrammatizzare, non per questo quello che dice meno sgradevole. questo che capita con “La presa di Macall“.
La vicenda si svolge – a Vigata, inutile dirlo – nel 1935 al tempo dell’invasione dell’Abissinia da parte dell’esercito fascista; il protagonista Michilino, un bambino di sei anni figlio del segretario politico del paese. Un bambino solo, nonostante gli si affollino attorno personaggi familiari e non, che sapendo gi leggere e scrivere viene allontanato dalla prima elementare ed
affidato ad un maestro privato, e nella cui mente gli insegnamenti del catechismo e quelli della propaganda fascista si scontrano e si confondono portandolo a crearsi un proprio mondo fantastico in cui agli abissini “nivuri” ed ai comunisti si oppongono gli eserciti di Mussolini e di Ges, eserciti di cui lo stesso Michilino si sente un combattente irregolare, armato di un moschetto giocattolo la cui baionetta ha lui stesso affilato ed appuntito come una vera. E in questo delirio lucido Michilino si costruisce una morale rigida cui obbedisce con inflessibile determinazione.
A Michilino viene sottratto tutto: affetti, amicizie, giochi, la stessa verginit; non per, contrariamente a quanto si afferma nel risvolto di copertina, la sua innocenza che lo accompagna fino alla fine di una storia che – nonostante le arguzie disseminate come al solito qua e l nella narrazione e la sensualit vulcanica che la caratterizza – mi sembra molto pi cupa e pessimistica di tante precedenti opere di Camilleri, marcata com’ dall’epilogo crudo ed inesorabile.
“La presa di Macall”, scritta pochi anni fa, anche una storia che pu essere letta in chiave attuale: basti pensare all’onnipresenza della propaganda, strombazzata ad altissimo volume dalla radio – la televisione non esisteva ancora – alla figura incombente, istrionica e rassicurante del duce, all’esasperazione e alla criminalizzazione della rivalit politica (“Un comunista non un omo, ma un armalo e perci se s’ammazza non si fa piccato“). (ugo mazzotta)


