Due diligence. Una parola che per chi mastica legalese sottende il mondo dell’international law, studi legali più burocratici di multinazionali, colleghi simpatici come crampi allo stomaco.
E soprattutto, incarichi proposti come possibili trampolini che per il povero malcapitato in cerca di una svolta lavorativa potrebbero rivelarsi peggio di polpette avvelenate.
La prescelta del caso, per lo studio milanese Smithson & Wallfair, è Teresa Demarchis, un’ambiziosa avvocata ancora junior uscita malconcia dal dottorato in diritto ambientale che si trova a dover metter mano alla verifica contabile di una nota società che ha sede in Valle D’Aosta. La cliente deve aggiudicarsi semaforo verde per ottenere il finanziamento europeo volto a sovvenzionare una diga, di cui è – di fatto- titolare del progetto.
A tal fine, il capo di Teresa è stato profumatamente remunerato onde guidare la nave della due diligence dritta alla meta.
Ma, come spesso succede in certi casi, il mare è pieno di scogli, e così la sua meticolosità tecnica si trasforma presto in un’indagine etica sulla morte di Pietro Berton, un maestro di sci la cui scomparsa è stata frettolosamente archiviata come incidente
La società sua cliente risulta far la parte del leone nel ridotto ecosistema della valle, dove non si muove foglia che il CDA non voglia, e persino il sindaco ha stretti legami familiari con l’amministratore delegato.
Faccenda che viene subito odorata dall’intuito della protagonista, corpo estraneo in un meccanismo omertoso e rassegnato che funziona da anni.
Se a Allève des Alpes ci si muove come pedine su una scacchiera, ci sono regine di cuori e re di picche che potrebbero nascondere verità scomode. Cucendo la bocca a torri, alfieri e fanti.
Teresa si trova davanti un muro di gomma che la rimbalza nel momento in cui decide di vedere oltre i confini prestabiliti della due diligence. E questo è solo l’inizio di un lungo calvario alla ricerca della verità in un paese che pare essere inizialmente disinteressato a quanto sta accadendo, come se tutto quello che sta succedendo non fosse parte integrante della loro vita, come se un velo di omertà e cecità fosse calato sul paese. Per Teresa diventa una battaglia tra dedizione al lavoro e ambizione ed etica. Una lotta che la vedrà anche cadere, ma rifiutare di sentirsi vittima.
L’arrivo di una associazione ambientalista cambierà le cose, ma qui sorge la domanda: ogni mezzo è lecito per fermare l’illecito? La disobbedienza civile è sempre civile?
La ricerca per stanare gli scheletri nell’armadio della società sua cliente metterà la protagonista di fronte a prove durissime, a verità e comportamenti difficili da accettare, visto anche il suo doloroso passato, che segna dolorosamente anche il suo presente
La penna di Chiara Donadi è asciutta e diretta quanto basta per conferire alla storia il giusto ritmo. I personaggi, dalla protagonista ai colleghi di studio agli amici che le fanno da spalla nell’indagine sono ben tratteggiati e caratterizzati. C’è anche una velata vena di humor e una giusta dose di cinismo, ad amalgamare una prosa sicuramente gradevole per una storia non scontata.
La forza del libro risiede nella capacità dell’autrice, lei stessa avvocata, di trasformare procedure tecniche come la due diligence in congegni di tensione. Il paesaggio non è solo sfondo, ma un custode di segreti.
La domanda è una: quanto è alta la possibilità che certe piccole comunità possano nascondere verità scomode per coprire interessi economici in cui tutti gli abitanti hanno le mani in pasta?
Come e perché un’apparente oasi di pace può trasformarsi in una morsa di morte di cui tutti gli abitanti sono responsabili anche solo indirettamente?
La tragedia del Vajont non è l’unica a urlare vendetta dall’alto degli incantati monti…
Un noir investigativo dal taglio legale e psicologico che interroga l’abisso tra legalità formale e giustizia umana, svelando come siamo intimamente plasmati dai luoghi che abitiamo e dalle cicatrici che ci portiamo dentro come ferite aperte.


