di LUIGI GUICCIARDI
Un dato oggettivo da cui partire – nella produzione italiana degli ultimi tre anni – è l’indubbio interesse delle grandi case editrici per i romanzi gialli giapponesi, da Marsilio a Sellerio, da Einaudi ad Adelphi, da Piemme a Newton Compton. Un interesse così marcato da far registrare addirittura la nascita di nuovi marchi editoriali, come Atmosphere Libri di Roma, con la collana specifica “Narrativa dell’Asia Orientale”, e BEAT (Biblioteca Editori Associati di Tascabili), che vede consociati editori indipendenti come La Nuova Frontiera, Minimum Fax e Neri Pozza, tutti molto attivi nel recupero e nella proposta di numerosi giallisti nipponici.
Ma da dove viene il Giallo giapponese? Quali sono i principali autori giapponesi presenti oggi sul mercato italiano? E quali sono i loro aspetti più originali e innovativi, all’interno del genere, o, al contrario, i loro limiti?
Come giustamente mi ricorda l’amico Stefano Frigieri – tanto cortese quanto esperto – è indubbio che il Giallo giapponese sia nato, soprattutto dagli anni ’20 del secolo scorso, dall’attenzione e dall’amore per il mystery anglo-americano, storica conseguenza dell’apertura commerciale del Paese all’Occidente (e quindi anche alla sua cultura) a partire, com’è noto, dalla Convenzione di Kanagawa del 1854, favorita dal commodoro Perry. Lo stesso Edogawa Ranpo (1894-1965), considerato dalla critica il fondatore del noir giapponese, lo rivela subito come prodotto della fusione tra la cultura autoctona nipponica e il Giallo occidentale. Anche lo pseudonimo adottato, Edogawa Ranpo, che è trasposizione fonetica del nome di Edgar Allan Poe, risulta un omaggio significativo a un modello ispiratore – al pari di Conan Doyle – come rivelano La belva nell’ombra del 1928 o La poltrona umana di tre anni prima, entrambi tradotti da Atmosphere e da Marsilio. Nel primo romanzo uno scrittore si improvvisa detective quando una donna affascinante gli confida d’esser perseguitata da un innamorato respinto, che minaccia di uccidere lei e suo marito. L’identità del colpevole appare sempre più sfuggente, finché un piccolo particolare, il bottoncino di un guanto, fa capire all’investigatore che le sue deduzioni sono fondate su un errore e che il colpevole è più vicino di quanto avesse immaginato. Se il bottoncino rivelatore può richiamare alla mente Sherlock Holmes, più peculiari appaiono i sei racconti della Poltrona umana (uno, peraltro, intitolato La banda della mano nera), arricchiti, oltre che dall’esordio del giovane detective Kogoro, da temi nuovi come il doppio, il voyeurismo, l’attrazione per gli specchi, e da uno stile erotico-grottesco.
Negli anni Venti, dunque, sia la società sia la letteratura giapponese riflettono la scelta lacerante tra una tradizione millenaria e la via verso l’occidentalizzazione. In quest’epoca di grandi contrasti s’inserisce l’esordio narrativo (nel segno di un Giallo cui non ritornerà più) di Tanizaki Jun’ichiro (1886-1965), che vive questa frattura attratto dal nuovo e dal moderno, ma restando sensibile alle proprie radici. E infatti i suoi Racconti del crimine del 1920, riediti da Marsilio nel 2025, appaiono sì ispirati a modelli anglo-americani, ma rimodulati in linea col proprio passato culturale, con l’intenzione non solo di sperimentare il modello classico del Giallo o le sue varianti (il delitto, l’indagine, la scoperta del colpevole, la soluzione del caso), ma anche di costruire la trama come in un effetto di trompe-l’oeil, per ingannare lo sguardo del lettore. Di conseguenza il metodo scientifico-deduttivo del “poliziesco logico” offre a Tanizaki la possibilità da un lato di sperimentare quella che lui definisce la “bellezza architettonica” del Giallo, dall’altro di coinvolgere il lettore con una serie di induzioni e deduzioni intrecciate, che alla fine portano alla rivelazione. Racconti, purtroppo, destinati a restare un unicum nella multiforme produzione di Tanizaki, memorabile soprattutto quando incentrata sul tema della bellezza femminile, legata a ossessioni erotiche e distruttive (si pensi a film tratti da lui, come La chiave di Tinto Brass, 1983, o Interno berlinese di Liliana Cavani, 1985).
Un altro unicum, peraltro, c’era stato solo cinque anni prima, con Rashomon del 1915 di Ryunosuke Akutagawa (1892-1927), un racconto breve riedito da Einaudi e poi da Rizzoli (BUR, 2025), in cui l’omicidio di un samurai e lo stupro della moglie sono descritti in quattro modi diversi da altrettanti testimoni: un taglialegna, un bandito, la moglie del samurai e la vittima (rievocata da una medium). Di questo giallo sui generis, senza padri ma con molti eredi, è rimasta l’espressione “effetto Rashomon” – a indicare situazioni in cui individui coinvolti nello stesso evento danno descrizioni contraddittorie dell’esperienza vissuta – e soprattutto una cospicua filiazione cinematografica, dall’omonimo Rashomon di Akira Kurosawa (1950) ai vari remakes americani nel soggetto o nella struttura (L’oltraggio di Martin Ritt, 1964; Prospettive di un delitto di Pete Travis, 2008; The last duel di Ridley Scott, 2021). Giallo atipico, dunque, forse anche involontario – di uno scrittore per il quale, per la sua eterogeneità di temi e di generi, ogni categorizzazione risulta senz’altro forzata – Rashomon sarebbe piaciuto al Pirandello contemporaneo di Così è (se vi pare) (1917), il Pirandello teorico della “maschera”, “progenitore” del Giallo nazionale (1), che più del collega giapponese (peraltro morto suicida a soli 35 anni) avrebbe poi indagato la verità della menzogna, la complessità delle nostre coscienze, la difficoltà di interpretare la realtà , insomma l’universo stratificato e contraddittorio del nostro io.
Anche gli anni ’30 e ’40 sembrano confermare una certa dipendenza nipponica dal Giallo occidentale, con l’entrata in scena nel 1946 di Yokomizo Seishi (1902-1981) con Il detective Kindaichi, di cui Sellerio ha riproposto ai lettori italiani ben cinque indagini, tra 2019 e 2024, nella bella collana “La Memoria”. In quella iniziale il protagonista – giovane, intelligente e un po’ alternativo nell’aspetto – deve identificare l’autore di un efferato omicidio “a porte chiuse”, che è a dir poco un classico del genere poliziesco grazie a Maestri come Leroux, Leblanc, Dickson Carr, Agatha Christie, esplicitamente omaggiati anche dal Nostro. Più originale risulta invece, nel 1948, Il mistero della donna tatuata di Takagi Akimitsu (1920-1995), che inizia anch’esso col cadavere di una donna rinvenuto in una stanza chiusa dall’interno, ma alla delicata pelle di lei, ricoperta da uno splendido tatuaggio, manca il torso, e forse la soluzione del caso è legata proprio a ciò che quel lembo di pelle riproduceva. Un giallo intricato e torbido (Einaudi, 2020) cui ha fatto seguito, anni dopo, Luna di miele verso il nulla, anch’esso tradotto per Einaudi nel 2025, in cui una ragazza romantica sposa un timido docente universitario contro la volontà dei genitori, essendo lui figlio di un criminale politico e fratello di un presunto omicida. Alla vigilia della luna di miele, però, dopo una telefonata misteriosa, lo sposo scompare, e sul caso è chiamato a indagare un sostituto procuratore, primo e tormentato amore di lei… Già pregevole come “thriller psicologico”, questo romanzo ci offre in più un ritratto del Giappone dei primi anni ’60, con l’influenza di una borghesia colta e agiata vittima delle convenzioni, l’ambiente ipocrita dell’università , i maneggi segreti del mondo dell’industria e le tensioni interne a una società che guarda al futuro, benché ancora prostrata dalle ferite della Storia.
Dalla fine degli anni ’50 avvia la sua intensa produzione “il Simenon orientale”, Seicho Matsumoto (1909-1992), accolto da noi nel Giallo Mondadori fino al 2020 e poi da Adelphi in questi ultimi anni, che prosegue il filone del “thriller psicologico” a partire dai sei racconti ne La donna che scriveva haiku (Mondadori, 2021), in cui Matsumoto esplora i risvolti mentali dell’omicidio, mostrandolo di volta in volta attraverso gli occhi dell’assassino, dell’investigatore o di chi ne abbia per caso incrociato il cammino, dove il cuore del mistero non è scoprire chi sia il colpevole, ma come e perché abbia ucciso. Se altri gialli sembrano utilizzare spunti altrui – Agenzia A (Mondadori. 2020), con un marito scomparso in luna di miele, ricorda un po’ il Takagi di poco fa – più peculiari risultano invece i due ultimi acquisti Adelphi, L’attesa (2024) e Vangelo nero (2025). Il primo – ritratto potente di una dark lady dai tanti amanti e dalla sconfinata cupidigia – è anche il ritratto di una società giapponese, dei primi anni ’70, asservita al profitto e affetta da una terribile astenia etica. Anche Vangelo nero rispecchia le tensioni di un Paese immerso in un interminabile dopoguerra, con la storia di un giovane prete della chiesa cristiana di Musashino costretto a uccidere una hostess con cui ha una relazione affettiva, per evitare che si sappiano certi segreti dei membri di quella chiesa, finché un detective e un cronista scopriranno che la ricerca della verità è una lotta impari contro le gerarchie ecclesiastiche, decise a insabbiare il caso, e contro il potere politico, timoroso di urtare le nazioni straniere da cui provengono i religiosi. In Matsumoto, dunque, le atmosfere del noir si saldano al rigore dell’inchiesta giornalistica, in una trama in cui il detective novel sfiora l’atto di denuncia.
Gli ultimi anni ’50 e gli anni ’60 ci offrono i gialli di Kyotaro Nishimura (1930-2022), col suo “ciclo dei treni” famoso in Giappone ma inosservato da noi (un unico titolo, Il treno del mistero, nel catalogo del Giallo Mondadori) e invero poco memorabile alla luce dei debiti christiani (Il mistero del treno azzurro, 1928; Assassinio sull’Orient Express, 1934); ma soprattutto registrano l’ingresso delle prime voci femminili, come Masako Togawa (1931-2016), “la P.D. James giapponese”: una valutazione molto generosa per una dignitosa esponente del giallo psicologico con un paio di mystery almeno, Residenza per signore sole (1957) e Diario di un seduttore (1962), entrambi riproposti da Marsilio (2022, 2023). Ma è di Natsuo Kirino (1951-), attiva dalla fine del secolo scorso, il giallo al femminile più significativo, a partire da Le quattro casalinghe di Tokyo (1997), in cui la tensione del noir si associa all’impietosa radiografia di una condizione femminile che non si arrende alla tradizione. E della modernità dei temi e della scrittura di questa autrice fa fede il fatto che, dal 2019 al 2025, ben dieci suoi romanzi risultano tradotti da BEAT per il pubblico italiano (ultimo, Real World, 2025).
Entrando adesso nella fascia più attuale dei giallisti viventi, non va taciuto il mutevole Keigo Higashino (1958-), all’esordio con un mystery dall’impianto ancora tradizionale, Filastrocca per l’assassino (1986) secondo gli stilemi deduttivi del giallo classico all’inglese, pubblicato da Mondadori nello stesso anno (2000) in cui usciva per Piemme anche il mio giallo Filastrocca di sangue per il commissario Cataldo, in evidente consonanza titolistica. Qui due ragazze cercano di capire i motivi dello strano suicidio del fratello di una di loro – in un’eccentrica casa all’inglese riconvertita in una pensione, con anche una pregevole “camera chiusa” – e nell’indagine si imbattono in una catena di filastrocche che le porteranno a scoprire un segreto antico che può ancora uccidere. Capace di trame più complesse e peculiari si dimostra però Keigo con Sotto il sole di mezzanotte (1999), che parte dall’omicidio di un gestore di un banco di pegni e si snoda lungo l’arco di un ventennio, seguendo l’ossessione di Sasagaki (un detective implacabile che a tratti ricorda il commissario Matthäi de La promessa di Durrenmatt), e la trama dell’inchiesta ci porta anche a conoscere vent’anni di vita nipponica, dall’espansione economica degli anni ’70 (con la nascita dell’industria elettronica) allo scoppio della bolla immobiliare, senza che manchi qualche pagina indiretta di critica sociale. Altra virata peculiare la registriamo poi con la saga del detective Galileo, un professore di fisica consulente della polizia chiamato così in omaggio allo scienziato che introdusse il metodo sperimentale nell’indagine scientifica, impegnato a risolvere misteri e a smascherare criminali con l’ausilio del pensiero logico (Il sospettato X e L’impeccabile, Giunti 2012, 2013). Ma il giallo più moderno di Keigo appare tuttora La seconda vita di Naoko (1998; Dalai 2006), in cui questa donna, il marito e la figlia undicenne conducono una vita normale, finché un incidente in autobus sconvolge le loro esistenze: Naoko muore, mentre la piccola, salva per miracolo, esce da un lungo coma e riacquista coscienza; tuttavia un’inquietante trasformazione si rivela al padre: nel corpo della figlia rivive e reclama vita lo spirito di Naoko. Una storia oltre i confini della realtà – basata di fatto su un disturbo dissociativo dell’identità – in cui la costruzione dei fatti risulta lineare ed espressa con un linguaggio esasperatamente elementare, che comunque sa imbrigliare il lettore con una ragnatela leggera di rimandi e di intrecci che alla fine restituisce all’opera una sua suggestione. Peccato però che l’ultimo Keigo, puntualmente recepito da noi (Delitto a Tokyo e Delitto al mercato dei fiori di Tokyo, Piemme 2023 e 2025), di là dalle esagerazioni della critica (“il delitto e castigo giapponese”), appaia sempre più prevedibile, lento, verboso e tutt’altro che innovativo.
Gli anni ’80 sono però segnati da un evento nuovo: la fondazione dell’Honkaku Mystery Writers Club, un’associazione di scrittori giapponesi ispirati dalla Golden Age del Giallo anglo-americano: nasce da qui la tendenza dei cosiddetti “gialli Honkaku”, che sfidano il lettore a trovare la soluzione del delitto. “Padrino” di questa corrente dai modelli riconoscibili risulta Shimada Soji (1948-), esordiente nel 1981 con Gli omicidi dello Zodiaco (Giunti, 2017), la cui storia inizia nel 1936, quando il Paese viene insanguinato da una serie di omicidi rituali di giovani donne, uccise secondo una procedura che si ispira all’astrologia e ai metalli abbinati ai segni zodiacali. Ma nello stesso anno anche un eccentrico artista, tale Heikichi, formatosi a Parigi e rientrato in Giappone, viene trovato col cranio sfondato nel suo studio chiuso a chiave dall’interno. Vittima o possibile carnefice? Infatti dai suoi appunti ritrovati dagli investigatori emerge il suo sogno proibito di costruire una creatura femminile perfetta con diversi pezzi dei corpi di ragazze uccise: una sorta di mostro del dottor Frankestein, in un Giappone avviato al secondo conflitto mondiale.
Memore di Conan Doyle, Sherlock Holmes e altri autori della “camera chiusa”, ma anche di grandi maestri della letteratura nipponica come il Kawabata della Casa delle belle addormentate e il Tanizaki del Diario di un vecchio pazzo, Shimada ha dimostrato dunque come si possono far convivere modelli alti di riferimento con uno stile decisamente popolare, influenzando direttamente il più giovane e versatile Ayatsuji Yukito (1960-), autore nel 1987, in pieno spirito Honkaku, de I delitti della casa decagonale (Einaudi, 2024), che si confessa da sé come un tributo all’Agatha Christie di Dieci piccoli indiani, pur con dettagli che vorrebbero essere innovatori. La trama vede infatti sette giovani giapponesi, membri di un ipotetico Circolo del Crime, decisi a trascorrere due settimane su un’isola dove sorge una strana casa con dieci lati. L’anno prima, però, il luogo è stato teatro di alcuni sanguinosi delitti rimasti irrisolti, e quando uno dei giovani viene trovato morto nella sua stanza i compagni capiscono che la loro esperienza con le trame dei romanzi polizieschi sarà l’unica cosa su cui contare per sopravvivere. Un giallo così, che rimane pur sempre un’opera riflessa, ha riscosso più successo di pubblico che di critica, che ne ha rimarcato la scrittura fredda e poco coinvolgente, la carenza di suspense e la chiusa piuttosto banale (un’Agatha insomma – è stato detto -“in salsa nippo-scialba”).
Nello spirito Honkaku rientra anche la quasi coetanea Riku Onda (1964-), anche lei in debito con modelli tanto autorevoli quanto visibili – nei suoi thriller psicologici Il mistero della stanza blu del 2006 (Mondadori, 2022) e soprattutto Mistero nella casa dell’usignolo (Newton Compton, 2024) – che la trama basta già a evidenziare: ogni anno cinque scrittrici si riuniscono alla Casa dell’Usignolo per commemorare una loro famosa amica e collega che s’è suicidata col veleno. Stavolta, però, un corriere recapita un mazzo di fiori con un inquietante messaggio anonimo: “Affinché non dimentichiate il vostro delitto, invio questi fiori per ricordare la defunta.” Parole così sibilline innescano subito una serie di accuse e confessioni, e dalle cinque donne emergono così cinque punti di vista diversi su una medesima morte misteriosa. Trama indubbiamente intrigante, che peraltro non può non richiamare indirettamente Rashomon o qualche testo della Christie (Il ritratto di Elsa Greer, 1943 o E’ arrivato il signor Quin, racconto del 1930).
Al giallo psicologico – ma fuori da modelli Golden Age – pertiene pure un notevole scrittore della medesima generazione, Yoshida Shuichi (1968-) che in Appartamento 401 del 2002 ci mostra cinque giovani condividere lo stesso appartamento, apparentemente incuranti dei misteriosi casi di aggressione che scuotono il quartiere, ma chiusi a lottare con le difficoltà della vita sociale e della conoscenza di sé. Così alla fine, più della domanda “Chi è il colpevole?”, conta quest’altra: “La vita vera è dentro o fuori le mura di questa casa?” Un thriller atipico e letterario, dunque, tutto giocato sul mistero della vera identità dell’altro (“un apologo filosofico in veste di giallo”), cui è seguito, nel 2007, L’uomo che voleva uccidermi (entrambi apparsi da Feltrinelli, 2017 e 2019), altro giallo psicologico che indaga le ragioni che possono spingere una persona a uccidere, all’interno di un plot quasi classico: in una fredda sera di dicembre una ragazza saluta le amiche per incontrare in un parco un uomo contattato su un sito di appuntamenti. Il mattino dopo il cadavere di lei viene rinvenuto molto lontano, in un luogo impervio e inquietante: strangolata. Violenza che riappare anche nell’ultimo Yoshida, Rabbia (Atmosphere, 2023), che narra dell’efferato omicidio di una coppia di coniugi e di un assassino che, grazie a un’operazione di chirurgia plastica, cambia volto e fa perdere le sue tracce, lasciando dietro di sé una scritta sulla scena del crimine fatta con lo stesso sangue della vittima: Rabbia.
Finalmente, però, le ultime new entries del Giallo nipponico stanno mostrando un notevole cambio di rotta, sia per stile sia per modelli di riferimento, guardando piuttosto al thriller d’azione americano e privilegiando la tensione adrenalinica mediante dialoghi ritmati e frequenti colpi di scena. Esemplari in tal senso i romanzi di Isaka Kotaro (1971-) – tutti accolti da Einaudi tra 2021 e 2023 nella stessa collana, Stile Libero Big, che ospita anche un certo Jo Nesbo – a partire da I sette killer dello Shinkansen, dove un “treno proiettile” partito da Tokyo e lanciato a trecento all’ora nella campagna giapponese, contiene una valigia piena di soldi nascosta in una delle carrozze, ma anche sette assassini pronti a entrare in azione. Inutile dire che la velocità (dello stile e del treno) e il dinamismo di tutto il plot non potevano non colpire gli stessi Americani, pronti a tradurre il libro in film con tanto di star (Brad Pitt, Bullet Train, 2022).
E non va dimenticata, su questo versante, una scrittrice come Miyuki Miyabe (1960-), che in Crossfire – uscito per Atmosphere nel 2025 – mette in scena una ragazza dotata del potere psicocinetico della pirocinèsi, cioè della capacità di controllare il fuoco con la sola forza del pensiero, che utilizza contro la criminalità di Tokyo, finché un giorno, dopo aver salvato una donna rapita da una gang di giovani delinquenti, dovrà sfuggire a questi e al dipartimento antincendi dolosi della polizia metropolitana.
Se Miyuki, nelle sue peculiarità dinamiche, ci richiama in minima parte il grande Don Winslow de La lingua del fuoco, più “americano” di tutti ci pare infine quel Murakami Ryu, ex enfant terrible della narrativa nipponica, nato nel 1952 a Sasebo, sede di una delle maggiori basi navali statunitensi, e innamorato fin dall’adolescenza del rock’n’roll e della letteratura americana. Nel suo Tokyo Soup, recuperato anch’esso nel 2025 da Atmosphere, un inquietante turista americano ingaggia un ventenne di Tokyo per farsi accompagnare in un tour della vita notturna della città . Ma il comportamento dell’uomo è così ambiguo che il giovane comincia a nutrire il terribile sospetto che il suo turista possa nascondere intenti omicidi… Romanzo cupo e torbido – dentro una metropoli notturna e trasgressiva, tra sesso e delitti – Tokyo Soup, con cui ci piace concludere questa rassegna, nel suo linguaggio semplice e agghiacciante, e nel suo essere imprevedibile come una seduta di jazz, ci sembra a tratti travalicare quei confini del thriller in cui lo abbiamo iscritto.
(1) Per un approfondimento, cfr. Luigi Guicciardi, Luigi Pirandello progenitore del Giallo?, “Cose letterarie”, milanonera.com, 26/05/2018
(2) Già segnalato a suo tempo: cfr. Luigi Guicciardi, Il Giallo dalle periferie del mondo, “Cose letterarie”, milanonera.com, 18/06/2022