Vietato pensare, l’altro ispettore – Pasquale Sgrò



Pasquale Sgrò
Vietato pensare, l’altro ispettore
Corbaccio
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Vietato pensare (L’altro ispettore) di Pasquale Sgrò è un libro ibrido e, nondimeno, necessario. Un giallo atipico, nel quale l’indagine non rincorre un assassino in fuga, ma scava negli invisibili meccanismi del lavoro, là dove la morte si annida sotto forma di errore tecnico, omissione e, peggio ancora, cieco profitto. È un romanzo fortemente radicato nella realtà, che utilizza la struttura del poliziesco per raccontare una verità scomoda e purtroppo quotidiana, trasformando la cronaca in riflessione morale e civile.

In questo libro l’ambientazione gioca un ruolo decisivo. Lucca e la sua provincia non sono semplici fondali, ma luoghi vivi, contraddittori, attraversati da una calma solo apparente. Le splendide mura rinascimentali, le strade ordinate, la bellezza severa e misurata della città toscana convivono con un sottobosco produttivo fatto di fabbriche tessili, cantieri e stabilimenti dove il tempo è scandito dai turni e dai ritmi della produzione. È una provincia operosa e silenziosa, dove tutto sembra funzionare come un orologio, almeno finché qualcosa non si spezza.
Sgrò restituisce questo spazio con sobria precisione, lasciando affiorare il contrasto tra l’armonia del paesaggio e la violenza improvvisa degli incidenti sul lavoro. Viareggio, con la sua anima industriale e nautica, amplia il quadro e mostra un territorio nel quale la bellezza convive, non senza attrito, con la durezza delle logiche economiche. (Vale la pena ricordare che, in parallelo al romanzo, è in onda anche la serie televisiva.)

Al centro della storia c’è Domenico Dodaro, “l’altro ispettore”, figura lontana dai cliché del giallo classico. Non porta la pistola e non fa inseguimenti, ma porta con sé competenza, memoria e dolore. Vedovo, padre, uomo emotivamente fragile, segnato da lutti personali e professionali, Dodaro torna per scelta a Lucca, luogo familiare e al tempo stesso reso quasi estraneo dalla distanza della vita e del lavoro. La casa d’infanzia e gli affetti – la madre, la sorella – non riescono davvero a rassicurarlo: le vecchie abitudini non bastano più e il passato pesa.
La sua umanità emerge però nei gesti quotidiani, nel rapporto con la figlia Mimì, nel legame profondo con Alessandro, amico fraterno e quasi parte della famiglia, testimone vivente di un altro incidente sul lavoro. È un personaggio credibile proprio perché imperfetto, attraversato da stanchezza, senso di colpa e da un’ostinazione etica che non concede tregua.

L’indagine sulla morte di Karina Bogdani, giovane operaia tessile stritolata da un orditoio, è il motore narrativo e simbolico del romanzo. Karina non diventa mai un numero o un semplice pretesto narrativo: resta una presenza costante, evocata attraverso la sua passione per la danza e un futuro bruscamente spezzato. Dodaro non cerca un colpevole da arrestare, ma una verità tecnica da dimostrare, un dettaglio capace di smascherare la falsa idea di fatalità. Il ritmo dell’inchiesta riflette quello del lavoro ispettivo: lento, minuzioso, spesso frustrante, fatto di silenzi, reticenze e paure.

Accanto a Dodaro si muove Raffaella Pacini, pubblico ministero e compagna di liceo, personaggio misurato e solido. Tra i due nasce una complicità fatta di rispetto e memoria condivisa, forse anche di un sentimento trattenuto che non invade mai la scena, ma contribuisce a dare profondità emotiva alla narrazione. Anche il brigadiere Mariotti, presenza discreta e fedele, richiama il giallo classico senza tradirne la funzione, offrendo un efficace contrappunto umano e narrativo.

Il merito del romanzo sta nella sua capacità di intrecciare storia personale, indagine e riflessione culturale. Sgrò allarga lo sguardo, collegando il tema del lavoro a una visione storica e simbolica che attraversa Bibbia, mito, filosofia ed economia. Il lavoro, da atto creativo e baluardo nel mondo, diventa pura fatica alienante quando perde il legame con la dignità umana. Il profitto assoluto si trasforma così in un nuovo peccato originale, capace di giustificare sfruttamento, precarietà e morte.

Vietato pensare non offre soluzioni semplici, e forse è giusto così, ma indica una direzione chiara: la prevenzione come responsabilità etica prima ancora che legale. È un libro che chiede attenzione, invita a guardare oltre le apparenze e a chiamare le cose con il loro nome. Perché dietro molti incidenti non c’è il caso, ma una scelta. E allora l’altro ispettore finisce per diventare una coscienza critica, non solo individuale, ma di una società intera, costretta a interrogarsi sul reale valore del lavoro e della vita.

Patrizia Debicke

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