Stefano Ascari è lo sceneggiatore di David e Shutter Island, graphic novel disegnate da Andrea Riccadonna e pubblicate da BD. La prima è una storia originale in cui le opere d’arte prendono vita in mondo di seducente fantasia, mentre il secondo è l’adattamento del romanzo di Dennis Lehane da cui è stato tratto anche il recente film di Martin Scorsese.
Parliamo di David. Ci sento echi di fantastico alla Gaiman (in particolare nella creazione di un mondo con le sue regole specifiche) e al contempo di noir, anzi, quasi di hard-boiled. Come sei riuscito a far convivere generi e suggestioni così differenti?
Gaiman è un autore imprescindibile. Ha segnato un punto di svolta nel fantasy ampliandone in modo significativo i confini ma al tempo stesso limitando moltissimo il raggio d’azione dei suoi successori.
L’intuizione messa in campo con Sandman è stata così potente da rendere buona parte della produzione (a fumetti) successiva una sorta di variazione sul tema. Basti pensare a Fables di Bill Willingham o a tutte le serie derivate da Sandman stesso (Lucifer o The Dreaming per citarne alcune).
Con David ho accettato subito di stare dentro a quel paradigma: avevo (e ho tutt’ora) un piccolo mondo da raccontare derivato dalle suggestioni che le opere d’arte producono e mi sembrava che questo tipo di meccanismo si prestasse alla perfezione. Alcuni degli elementi salienti del progetto originale (che spero trovi presto una sua incarnazione editoriale) non hanno trovato posto nella prima graphic novel dedicata a David e al suo mondo: c’è tutto un filone narrativo dedicato al tema della celebrità e della finitezza delle opere d’arte che rappresenta secondo me un contributo particolare e forse interessante rispetto a quanto realizzato da Gaiman. L’impianto hard-boiled della storia mi è servito per far muovere i personaggi secondo schemi più o meno riconoscibili da parte del lettore: volevo che l’attenzione e lo sforzo di comprensione si concentrassero sulle dinamiche di questo immaginario Mondo delle Figure e sulla caratterizzazione dei personaggi principali. Devo dire che la storia risulta, per certi versi, un po’ compressa, con alcuni non dett’, ma nel complesso il mix tra noir e fantasy gaimaniano mi ha permesso di mostrare il funzionamento di questo mondo in modo soddisfacente.
Trovo in realtà che i “non detti” siano spesso più interessanti dei “detti”: specie nelle ambientazioni fantastiche, mi pare infatti interessante quel che si lascia all’immaginazione del lettore, che quindi può continuare a produrre anche quando il libro è stato chiuso. Tu come la vedi? Quanto del mondo che hai inventato è stato sviluppato e poi non è (ancora) finito in un fumetto?
Anch’io tendenzialmente preferisco il “non detto”. Una delle mie serie preferite, Invisibles di Grant Morrison, è talmente ellittica da risultare quasi incomprensibile: proprio per questo me la sono letta e riletta, mi sono studiato i rimandi e le citazioni… insomma mi ha aperto un mondo.
Non che si debba per forza esagerare, in fondo il fumetto deve essere intrattenimento e come tale risultare fruibile in modo immediato, ma al tempo stesso ogni tanto saltare qualche passaggio credo mantenga viva l’attenzione del lettore.
L’eccessiva esplicitazione delle conclusioni è una delle croci di certa narrativa di genere: si ha quasi paura di lasciare il lettore in sospeso quando invece è proprio questa sospensione che attiva la creatività e stimola minimamente il ragionamento.
Il mondo di David è sconfinato, c’è sicuramente una Figura molto importante che non abbiamo potuto mostrare nella prima graphic novel e che racchiude in qualche modo il senso di questo mondo alternativo; c’è il limbo delle opere dimenticate (al quale si accenna in modo piuttosto nascosto), la storia di Monna Lisa e di come scoprì l’amore… insomma c’è ancora molto da raccontare e speriamo di averne presto l’occasione.
Da David a Shutter Island. Da una storia tua (e del disegnatore Andrea Riccadonna) a un adattamento che deve tenere conto di un romanzo di partenza e di un film in uscita contemporanea. Quali le similitudini, e quali le differenze in questi due metodi di lavoro?
Quando abbiamo realizzato David avevamo per le mani un soggetto molto esteso e soprattutto nostro. Lavorare con un personaggio e una storia tua ti induce a pensare di poter fare qualsiasi cosa, di poter portare la narrazione più o meno ovunque.
Questo per certi versi è un errore che cercherò di non ripetere in futuro.
Con Shutter Island mi sono trovato con un soggetto blindato (il romanzo di Lehane) e mi sono concentrato esclusivamente sull’aspetto tecnico della sceneggiatura: dialogo, scansione, ritmo delle tavole…
Ora ho adottato questo metodo: mi concentro a lungo sul soggetto e lo chiudo definitivamente, poi inizio a sceneggiarlo come se fosse il testo di qualcun altro: in questo modo riesco a essere più rigoroso e sereno.
Con David abbiamo tagliato, rimaneggiato, limato e in parte rifatto fino all’ultimo momento e questo in qualche modo ha comportato un dispendio di energie che forse potevano essere spese in modo più efficace.
In entrambi i lavori l’apporto di Andrea è stato fondamentale: è un disegnatore molto preparato e solido, con un buon colpo d’occhio sulla tavola e molto documentato. Su Shutter Island credo abbiamo raggiunto un livello di operatività notevole: 80 tavole in due mesi ritagliandoci anche il tempo di discuterle e ragionarle insieme una ad una.
C’è una Legge di Murphy che dice “se hai una buona idea, l’ha già avuta qualcun altro; se hai un’idea geniale l’hanno già avuta in quattro“. Come sceneggiatore ti è mai capitato di vederne l’applicazione? Si può essere originali o siamo condannati a copiare e rielaborare?
L’originalità assoluta è, credo, una chimera.
Ti dirò di più, credo che sia anche un filo sopravvalutata.
Dennis Lehane in Shutter Island usa tutta una serie di stereotipi di genere in modo consapevole e strumentale.
In David, come dicevamo prima, abbiamo usato un paradigma molto simile a quello di Gaiman in Sandman.
Le storie, nel mio caso i soggetti, possono avere elementi di novità in quantità diverse ma credo che siano la voce e il tono con i quali si raccontano le vicende che fanno la differenza. In fin dei conti, chiunque si accinga a raccontare qualcosa, non può far altro che raccontare qualcosa di già scritto, di già detto.
Quello che è unico e irripetibile è appunto il colore che ogni autore conferisce al proprio racconto: attraverso connotati culturali (l’ambiente, la lingua, il background storico) e sensibilità espressive (la storia personale, il modo di percepire, il ruolo del narratore nella società).
Personalmente adoro rielaborare anche in modo esplicito: almeno in questo modo sono sicuro che sia chiara la differenza tra il materiale pre-esistente e il mio contributo alla narrazione.
Spesso nelle interviste l’ultima domanda riguarda i fantomatici progetti per il futuro. A te invece, come creatore di storie, chiedo quali sono i tuoi sogni (artistici), se ti va di condividerli.
Forse è meglio… I progetti nel mondo del fumetto sono tremendamente legati alle oscillazioni del mercato, quindi il futuro diventa subito trapassato remoto.
Sto cercando faticosamente di portare avanti due romanzi per ragazzi (rigorosamente fantastici) che spero arrivino presto a essere presentabili, e mi piacerebbe (ma per questo credo di dover affinare ancora un po’ i miei strumenti di narrazione) dedicare un racconto – una graphic novel o un’opera di narrativa tradizionale – alla storia di mio nonno, partigiano ed emigrante in Argentina. In sintesi il mio sogno è trovare il tempo e lo spazio per raccontare le mille storie che mi affollano la mente: in che ordine e con quali mezzi espressivi è, forse, un dettaglio!