Attraversare con coscienza i labirinti della mente dei propri personaggi e delle proprie creature narrative è sempre un atto estremamente complesso, non foss’altro perché l’autore si vede costretto a fissare lo specchio spesso in frantumi del proprio io.
Il romanzo di Marinella Giuni non parte da differenti presupposti, essendo un viaggio di sola andata attraverso ansie ed anse, anfratti narrativi e personali di un personaggio femminile che dimostra in questa narrazione tutta la sua estrema e entropica complessità.
Dopotutto non ci si può aspettare nulla di diverso da un personaggio come Monica, che da subito appare quasi vittima delle proprie scelte a cavallo tra la propria volontà o il normale svilupparsi ed avvilupparsi della propria vita dinanzi a situazioni non più sanabili
Ecco perché la narrazione si muove tra la solarità degli eventi e il buio dei pertugi e degli anfratti dove il personaggio principale va rifugiandosi, inaspettatamente ritrovandosi in quella selva che in questo caso non è dantescamente oscura, ma è assolutamente nera come la pece.
Questo continuo scandagliare l’animo umano consente alla penna di Marinella Giuni di estrapolare quella vivida chiarezza di eventi cupi, spersonalizzandoli dal percorso della protagonista, che rimane un percorso a sé stante e che viene dipinto con vivida chiarezza e con il giusto distacco narrativo tra autore e propria creatura.
Un viaggio verso l’ignoto verrebbe da dire, che la Giuni conduce quasi fosse una spericolata conducente di una montagna russa attraverso l’articolata complessità delle vertigini dell’animo femminile.
La ruvidezza dei suoni delle Hole di Courtney Love fa il resto, riempiendo il salone del lettore con il sottofondo più adeguato.
Giuseppe Calogiuri


