Il giardino dei fiori infelici – Nicola Lucchi



Nicola Lucchi
Il giardino dei fiori infelici
NEIO
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In un mondo in cui uomo e natura, vivi e morti, lontani e vicini si corrispondono e interfacciano quasi senza soluzione di continuità, non deve stupire che piante e fiori possano essere felici o infelici, rappresentare o anticipare emozioni e stati d’animo umani, soffrire o gioire con noi. Così, Lucchi scandisce sobriamente ogni capitolo con un numero abbinato al nome di una pianta: Uno-Biancospino, Due-Lingue di cervo, Tre-Orchidea selvatica, Quattro-Capelvenere, Cinque-Pioppo tremulo, Sei-Salice rosso, per concludere con il Sette-Campanule dell’Insubria, che suggella l’intera vicenda.

Vicenda che si apre con un’altra pianta, il ciliegio, al cui ramo si appese il padre di Olga, la madre di Lucas, il protagonista. È sempre Olga ad anticiparci che anche il padre di suo padre ha fatto la stessa fine, scegliendo però un ramo più alto. Del padre di Lucas, invece, fino alla conclusione del romanzo non possiamo conoscere nulla.

Ed è proprio la paternità il tema che percorre l’intero romanzo, come l’esergo-tratto dal Vangelo di Matteo-ci indica: «E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste». 

Maternità, paternità, colpe dei padri che ricadono sui figli… è forse questo il filo conduttore di una storia cruda, ambientata nel secondo dopoguerra. Povertà, emarginazione, ignoranza… accompagnano Lucas, il bambino che Olga partorisce e cresce. Un bambino enigmatico, privo di empatia, incapace di ridere e piangere ma in grado di intuire e cogliere quello che gli altri non possono percepire. Quasi allo stesso modo si comporta Olga, la madre, che incapace di relazionarsi con i vivi, e perciò ritenuta un’idiota, vede oltre il visibile e intrattiene legami con chi non c’è più. E, proprio per questo, viene temuta ma ricercata da chi vuole indagare l’indagabile.

Nessuno è incolpevole, nessuno si salva e, alla fine, capiamo che le colpe dei padri ricadono sui figli in una maniera che non avremmo sospettato. E che nemmeno i protagonisti della vicenda avevano intuito. Che i bambini spariscano, soprattutto se affetti da tare o malattie, non sembra importare quasi a nessuno, soprattutto se chi è coinvolto nasconde un segreto che non può rivelare.

La storia viene narrata da Olga, la madre di Lucas che sembra vivere in un’altra dimensione. Nonostante la fama di «demenza» che lo accompagna sin dall’infanzia, il ragazzo si mostra però capace di pensiero critico, lucido, quasi filosofico e in grado di mettere in imbarazzo don Raffaele,  il sacerdote che, fuggito a suo tempo dal paese, viene ora richiamato per un compito che volentieri eviterebbe.

Un compito che lo riporta a un tempo in cui, forse, anche il tacere è stato colpevole. Un compito che lo obbliga a interfacciarsi con Lucas, ormai adulto, che lo inchioda con argomentazioni secche che lo obbligano a fare luce su di sé e le proprie scelte.

Non ci sono né vincitori né vinti, né colpevoli né innocenti in questa storia che è, forse, la storia di una colpa ancestrale che, nel bene e nel male, attraversa tutta la nostra società… anzi, probabilmente, l’intera nostra umanità.

Michela Vittorio

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