Il Covid, la guerra in Ucraina, il presidente Trump: c’è tutto in questo romanzo per renderlo ancora più attuale e coinvolgente, semmai ce ne fosse bisogno.
Un giovane insegnante di educazione fisica apre la porta di casa e viene ucciso da un colpo di pistola; poche settimane dopo nella stessa strada, con le medesime modalità, un altro omicidio.
Nessun collegamento, nessuno schema collega i due eventi, nulla in comune: la caccia al dettaglio, alla trama sottostante, lascia a mani vuote gli investigatori Barbarotti e Backman, convinti tuttavia che non ci sia un altro modo sensato di indagare su un omicidio.
L’attività investigativa è proprio come quella del ragno che tesse la sua tela; se la tela si rompe il poliziotto – e il ragno – ricominciano da capo.
Nesser ci prende per mano e ci porta lungo i sentieri della fragilità umana, con uno stile che a me personalmente piace moltissimo; asciutto, senza sconti, diretto.
I suoi personaggi sono, da un punto di vista psicologico, quanto di più imperfetto – e per questo fortemente umano – si possa desiderare, con una forte focalizzazione sul disagio giovanile, sugli episodi di bullismo, sull’incapacità di far fronte alla fatica di esistere in un mondo ostile.
Il freddo della Lapponia si incontra con i primi fuochi adolescenziali dei protagonisti, in un crescendo di sentimenti ed emozioni che riscalda, che conduce anche i lettori non più ragazzini a immaginare come può essere, ancora, questo bagno nel fiordo, questo voler restare insieme, uniti, in un rifugio di fortuna.
Il percorso non è solo quello delle indagini, del ragno che tesse la tela: il lettore conosce già, dall’inizio, quello che è accaduto svelandosi anche ai suoi occhi, lentamente, il perché.
I perché.
Il percorso lungo cui Nesser ci conduce è più complicato, è un viaggio contaminato da storie che segnano, un camminare verso chi ha impugnato l’arma armati, a nostra volta, di un forte sentimento di pietà.


