Con il Vesuvio negli occhi e una pizza nel piatto, MilanoNera intervista oggi il giallista partenopeo Ugo Mazzotta.
Il libro (di un’altra/altro) che avresti voluto scrivere e il libro (tuo) che NON avresti voluto scrivere.
Difficile rispondere alla prima domanda con un titolo secco, ce ne sono moltissimi. Qualcosa di Veraldi magari… diciamo Naso di cane. Un gran libro in anticipo di un bel po’ d’anni sui tempi. 1982, se avessi parlato di “giallo sociale” a quell’epoca probabilmente ti avrebbero indirizzato a un negozio di vernici.
Per quanto riguarda i miei libri, sono ancora troppo pochi per potermi permettere di scartarne uno! Scherzi a parte, i libri sono come figli, non è che quando ne hai scritto uno nuovo il precedente ti piace meno. Anche se magari ti rendi conto di essere maturato, di scrivere meglio…
Sei uno scrittore di genere o scrittore toutcourt? Perchè?
Non credo che esistano scrittori di genere, piuttosto scrittori tout court che si dedicano prevalentemente alla narrativa di genere. D’altra parte probabilmente non esiste nemmeno la narrativa di genere, qualunque opera di narrativa appartiene a un genere, anche quella che apparentemente è narrativa tout court (e che molto spesso appartiene al genere autoonfaloscopico). Quindi il cerchio si chiude: la differenza non esiste. Per quanto mi riguarda scrivo in pratica esclusivamente narrativa di genere, e ne meno vanto.
Un sempreverde da tenere sul comodino, una canzone da ascoltare sempre, un film da riguardare.
Anche qui mi rifiuto di limitarmi a una singola opera. È già tanto se riesco a restringere il campo a singoli autori! Sul comodino tutto Stephen King. Nelle cuffiette tutti i Beatles. Nel lettore dvd tutto Steven Spielberg.
Si può vivere di sola scrittura oggi?
Sono il meno indicato a rispondere a questa domanda, avendo iniziato a scrivere piuttosto tardi e quando avevo già un mestiere (che tuttora mi paga il mutuo). E poi dipende da che intendi per “vivere”. C’è gente che vive facendo il co.co.co a cinquecento euro al mese o meno…
A occhio e croce direi di no, comunque; o almeno non di sola narrativa, credo che in Italia ben pochi potrebbero vivere solo di diritti d’autore e/o contratti per scrivere romanzi. Se poi ci mettiamo dentro anche le collaborazioni ai giornali, le traduzioni, i diritti venduti alla tv o la scrittura di fiction, il discorso probabilmente cambia.
Certo sono parecchi in Italia che scrivono libri gialli continuando a fare il giudice, o il poliziotto, o l’avvocato… almeno io sono originale, non mi pare ci siano altri medici legali giallisti!
Favorevole o contrario alle scuole di scrittura creativa? Perchè?
Mai frequentata una, quindi la mia risposta non può che essere approssimativa. Da quel poco che so (per averne sentito parlare da amici che ci sono stati), le scuole di scrittura creativa mi sembrano un’ottima forma di psicoterapia di gruppo. Non so se aiutino a scrivere meglio, o a diventare scrittori professionisti; però possono essere un buon punto di partenza se si crea l’effetto cordata (leggi: io faccio un favore a te, tu fai un favore a me). Mi interessano (e forse sono più utili) certi corsi “di perfezionamento” per scrittura di genere di cui ho letto anche su Internet. Se vuoi scrivere un giallo e non hai pratica diretta, può essere utile che qualcuno ti insegni la differenza tra polizia e carabinieri, tra sostituto procuratore e GIP, cosa succede quando arriva una chiamata al 113 etc. etc. Anche se alla fine parliamo di narrativa, che è una cosa diversa dal saggio e non richiede, secondo me, una precisione maniacale nel descrivere procedure e meccanismi.