Due chiacchiere con il vincitore del Premio Tedeschi 2023 :Il secondo modo di fare le cose – Roberto Zannini



È il veneto Roberto Zannini col romanzo “Il secondo modo di fare le cose” il fresco vincitore del Premio “Alberto Tedeschi” Giallo Mondadori.

Roberto Zannini è stato premiato sabato primo luglio dal direttore del Giallo Mondadori, Franco Forte, nell’ambito del MystFest di Cattolica, giunto quest’anno alla sua 50° edizione. Il suo romanzo  esce proprio a luglio in tutte le edicole, nella storica collana Giallo Mondadori, nata nel 1929.

Protagonista del romanzo è la criminologa e patologa forense Eva Carini, con radici siciliane, richiamate non solo nel nome, ma cresciuta nel Nord-Est. Orfana di madre fin da ragazzina, è figlia di un giudice, (morto anche lui). È una donna benestante e professionalmente appagata, con una carriera come criminologa specializzata in casi di femminicidio, ma dopo un incidente sul lavoro che l’ha fatta entrare in coma e le ha lasciato dei vuoti di memoria, ha deciso di abbandonare la propria professione. Ora vive fuori dall’abitato di Cismon del Grappa, un paesino incassato nel Canale del Brenta, e ha comperato un impianto crematorio, che ha chiamato la Fabbrica Kronos, che lavora a pieno regime in tempi di Covid. L’arco temporale della trama, infatti, si svolge da novembre 2021 a giugno 2022.

La lettura tiene il lettore lincollato alle pagine. Il romanzo comincia subito col botto ed Eva dovrà ritrovare la diciottenne Vanja, figlia di Irina, una donna russa sua conoscente, che è scomparsa durante una gita di tre giorni a Venezia. Quando sarà chiaro che non si tratta di una semplice scappatella, ma qualcuno ha rapito Vanja, Eva dice a Irina:- Abbiamo due possibilità. La prima è quella più convenzionale, che non compromette i risultati. Sempre che arrivi ad averne.

– Altrimenti?

– La seconda possibilità… anzi, mi correggo. Un altro modo. Il secondo modo. Un altro modo di fare le cose. Anche se non è così limpido come il primo, è più attento ai risultati.

Un romanzo di ambientazione italianissima in Veneto (Venezia, Padova, Asiago), anche se si parla anche di Centroamerica e altri Paesi, e poi finale solare negli splendidi scenari della Sicilia.

Personaggi originalissimi, a cominciare proprio dalla protagonista, Eva Carini, criminologa dipendente dall’ossicodone, un oppiaceo con cui combatte le atroci fitte alla schiena e ai muscoli, conseguenza delle molteplici fratture provocatele a seguito di una caduta da un palazzo in costruzione. Rimasta in coma, si è poi ripresa pian piano, ma ha riportato un’amnesia parziale. Beve solo the e ha un cane, Dingo con un caratteraccio simile al suo. Soffre d’insonnia e vorrebbe solo dedicarsi alla nuova professione. Eva è una poco disposta a mollare e porta il nome della prima donna nella tradizione giudaico-cristiana di cui parla Bibbia. Non a caso si confronterà con Pandora, la prima donna della mitologia greca di cui ne parla Esiodo nella Teogonia.  Ma per arrivare a tale scontro tra personalità tanto diverse, scontro epico che richiama quello tra il bene e il male, ci sarà da gustarsi tutta l’indagine.  Il romanzo galoppa a gran ritmo e la trama è ricca di colpi di scena, con un killer che marchia con il segno dell’infinito (a forma di numero 8) le sue vittime, ragazze giovani che poi smacchia con la candeggina. Non mancherà neppure la mafia lituana sullo sfondo, né il gruppo “I Lupi di Vilnius”; il lettore conoscerà anche Demba Fayé un immigrato senegalese che ha fatto fortuna, il cavaliere Martini, classico straricco dell’opulento nord aduso a mettere a tacere, corrompendo, amici e nemici, e tanto, tanto altro.

Un romanzo completo in ogni sua sfaccettatura, insomma, che delizierà sotto l’ombrellone chi ama le buone letture e la suspense.

Il suo autore, Roberto Zannini, in precedenza ha pubblicato  una trilogia di romanzi gialli ucronici, “Le inchieste dell’ispettrice Sasha Trieste”, oltre a romanzi storici e di fantalpinismo, un genere da lui stesso coniato. Nato a Mestre nel comune di Venezia, dall’età adulta, trascinato dalla passione per l’alpinismo, abita in montagna.  

Milanonera lo ha intervistato.

Cos’ha provato quando Franco Forte, editor del Giallo Mondadori, l’ha chiamata per annunciarle la vittoria della 44° edizione del Premio Tedeschi?

Quella mattina avevo lavorato un paio di ore su di un muro a secco nell’oliveto e mi ero messo seduto sul divano, dicendomi che sarebbe stato il momento giusto per avere notizie dal Premio Tedeschi. Da un mese, il fatto di essere tra i finalisti, aveva bloccato ogni mia attività creativa. Non avevo idea a quali lidi avrebbe approdato quella zattera sbattuta tra i flutti. Poi si è illuminato lo schermo del telefono e subito la voce di Franco Forte mi chiedeva se avessi un idea del motivo di quella telefonata.  Devo dire che la prima sensazione, più che di gioia, fu di sollievo. Tutto sembrò trovare un perché.

Come ci si sente a far parte di un club esclusivo che ammette un solo socio all’anno dopo una durissima selezione?

Non sono mai stato uno da associazioni. Sono piuttosto un cane sciolto. Conoscere delle altre persone che hanno vissuto un’esperienza come la mia per arrivare a questo traguardo è una sensazione che mi dà un grande conforto. Nel grande Multiverso non siamo sempre soli.

Nato nel 1959 a Mestre, trascinato dalla passione per l’alpinismo, abita in montagna fin dall’età adulta. Ha lavorato per quarant’anni nel settore del consolidamento montano, depositando una serie di brevetti e promuovendo progetti di sviluppo per teleoperatori robotici. E nel tempo libero scrive romanzi. Chi è veramente Roberto Zannini?

È uno che vorrebbe solo lasciarsi dietro un segno. È sempre stato questo il mio obiettivo. Un qualcosa di cui essere fieri. 

Tratteggiamo la protagonista del suo romanzo “Il secondo modo di fare le cose”, Eva Carini, criminologa e patologa forense che ha comperato un impianto crematorio dopo essersi ritirata dalla professione. La presenti ai suoi lettori.

Eva è una che non molla mai. Neppure una caduta dal quarto piano ed un buco nella memoria l’hanno fermata. Non la ferma la dipendenza da ossicodone che lenisce i suoi dolori cronici e neanche l’insonnia con cui convive. È una che ha scoperto un secondo modo di affrontare certe situazioni. C’è un primo modo, quello in cui si seguono tutte le procedure e poi c’è un secondo. Quello che mira al risultato.

Montagne di scartoffie e autorizzazioni contro tempi rapidi e decisioni d’istinto. Quanto frena in un’indagine ufficiale il rispetto della forma alla sostanza?

Credo che la freni molto, però il rispetto della forma è importante. Uscirne è un’iniziativa in cui ci si mette al di sopra. Che necessita di una quantità di coraggio e anche di presunzione. Bisognerebbe essere al di là di ogni ambizione personale per farlo. Ma anche così non si possono far quadrare i conti e chi lo fa, lo sa bene. 

Come pianifica la costruzione delle sue trame? Scaletta ogni dettaglio per singola scena o si affida all’ispirazione del momento?

In tre libri gialli distopici che ho pubblicato di recente con la Edizioni Robin mi avevano chiesto delle scalette che ho fornito senza problemi. Devo dire però che questo metodo di lavoro mi ha un po’ levato il gusto di cavalcare il flusso, lasciandomi andare alle sensazioni. Sono uno da lavoro preparatorio solo mentale, magari un’incubazione di mesi in cui far combaciare personaggi e trama. Mi piace tenere tutto in testa e poi mettermi a lavorare quando mi sento pronto.

Quali sono secondo lei le difficoltà maggiori per un autore nel rendere avvincente e internazionale una trama d’indagine nelle location italiane?

In questi giorni mi ronza nella testa una critica che fece Pasolini all’uscita di “Cent’anni di solitudine” di Márquez. Andando contro le opinioni di tutti, disse che gli sembrava un romanzo scritto da uno scenografo o da un costumista. In cui i personaggi sono dei meccanismi inventati con splendida bravura da uno sceneggiatore. Ecco, io credo che la grande sfida per un autore nel rappresentare le location italiane sia quella di non infondere solo emozioni facili. Ci vuole (se posso dirlo) un lavoro a monte sulla percezione, sul raccogliere l’essenza delle cose ed è un lavoro che porta via una vita intera e non è mai finito. È troppo facile rappresentare il nostro Bel Paese in una visione turistica. Per quanto riguarda l’internazionalità direi che a questo punto basta lasciarci andare. Quello che succede ad un mondo di distanza si ripercuote sulla soglia di casa.

Visto il finale apertissimo del suo romanzo, salutiamoci raccontando qualcosa ai nostri lettori dei suoi progetti futuri e di Eva Carini. Tornerà presto a farci conoscere il resto della sua storia personale? 

Vorrei rassicurare chi fosse in pensiero sul futuro di Eva Carini. Lei non è una che molla al primo libro. In quanto al seguito, potrei dire che sebbene “Il secondo modo di fare le cose” sia risolto, c’è uno spiraglio attraverso cui il lettore (con le sue doti di anticipazione che lo distinguono), potrà vedere degli sviluppi. Per chi volesse essere rassicurato in maniera più concreta, posso dire che ci sto lavorando anzi… a dire il vero ho una prima stesura in mano.

 Roberto Mistretta

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