Nel suo nuovo romanzo Le ombre del mondo Michel Bussi attraversa la Storia con la sensibilità di chi non ignora quanto possano essere pesanti i silenzi e, allo stesso tempo, quanto sia forte la voce delle testimonianze rimaste troppo a lungo sommerse nella memoria.
Il Ruanda diventa nelle sue pagine un paesaggio vivo, stratificato, ferito eppure vibrante, dove aspre montagne avvolte dalla nebbia e foreste quasi impenetrabili, che ospitano i gorilla, custodiscono memorie passate sempre pronte a riaffiorare. È un romanzo che intreccia generazioni, domande irrisolte e colpe sospese, in un continuo andirivieni temporale capace di amplificare la tensione e di riportare alla luce ciò che, per troppo tempo, è rimasto sommerso.
Il viaggio in Ruanda di Jorik, Aline e Maé, nel Natale del 2024, si apre come una promessa di meravigliosa riscoperta. Ma ogni passo finirà per riportare in superficie una drammatica storia familiare, legata a uno dei momenti più oscuri del Novecento.
La giovanissima Maé sogna di vedere i gorilla fin dall’infanzia, senza immaginare da dove provenga davvero quel richiamo. Sua madre Aline sta per tornare nella terra natale della quale non conserva alcuna memoria. Jorik, padre e nonno, dovrà invece affrontare un passato che non ha mai avuto il coraggio di osservare fino in fondo.
La montagna ruandese accoglie i tre viaggiatori con la sua bellezza verdeggiante, ma anche con una zona d’ombra estesa, sospesa tra eventi irrisolti e verità mai pronunciate. È in questo spazio ambiguo che il romanzo comincia a mostrare la sua vera profondità.
Il diario di Espérance, brillante insegnante ruandese e madre di Aline, rappresenta il vero fulcro della narrazione. Le sue pagine, scritte tra il 1990 e il 1994, registrano l’avvicinarsi della violenza e poi la fuga dall’orrore, senza ricorrere a enfasi o artifici. La sua voce, che attraversa il tempo e incrina certezze acquisite, costringe a guardare in faccia un genocidio sanguinoso che il mondo, troppo a lungo, ha preferito non vedere.
L’alternanza tra il presente e la testimonianza di Espérance consente a Bussi di costruire un ponte emotivo tra generazioni, sostenuto da sottili variazioni di ritmo e continui cambi di prospettiva.
La figura di Jorik emerge con forza dal confronto tra l’uomo che è stato e quello che avrebbe voluto essere. Ex capitano francese, ha incontrato Espérance durante una fragile transizione politica e ha vissuto il loro amore in un clima sociale denso di rischi, attese e ambiguità.
Aline, dal canto suo, è chiamata ad affrontare la risonanza di una storia familiare rimasta troppo a lungo senza voce. Sua figlia Maé diventa invece il segno di una possibile eredità: il desiderio di ricostruire, di recuperare almeno in parte ciò che sembra perduto per sempre. Le tre generazioni, volenti o nolenti, si trasformano così nel filtro attraverso il quale osservare la Storia e comprenderne le ferite.
Bussi, con la sua scrittura sobria e limpida, dal passo sicuro, non si limita a ricostruire un contesto, ma restituisce al Paese anche la capacità di rinascita, pur nelle sue contraddizioni. Kigali, le colline del Nord, i villaggi sospesi nel verde compongono un mosaico che si fissa nella memoria come un panorama difficile da dimenticare. Ogni luogo custodisce una memoria diversa, che l’autore fa parlare con la precisione del geografo e la sensibilità dello scrittore.
La suspense non esplode in colpi di scena spettacolari: scorre in profondità, sedimenta, prima di manifestarsi. La Storia non permette deviazioni né facili illazioni. La ricerca di Jorik, Aline e Maé si trasforma così in un’indagine morale, in un percorso necessario per rimettere insieme frammenti rimasti nascosti troppo a lungo. Rapimenti, minacce e ombre in movimento scandiscono un presente inquieto, nel quale il passato non ha mai davvero smesso di affiorare. La verità emerge poco a poco, sostenuta dagli interrogativi giusti e da figure come la giornalista Nadine Ickx, instancabile nella sua volontà di portare alla luce i colpevoli.
Le ombre del mondo è un romanzo sull’eredità e sulla memoria, ma anche sulla responsabilità di raccontare ciò che la violenza ha tentato di cancellare. Tra cacce all’uomo e segreti sepolti da anni, Bussi dimostra come il polar possa diventare una lente potente per interrogare la coscienza collettiva. È una storia che non consola: invita a ricordare e mostra quanto il silenzio possa rendere complici.
Quando il passato riaffiora tra le montagne ruandesi, non restano solo l’orrore e il dolore. Affiora anche la forza di chi ha scelto di non permettere all’oblio di vincere. Ed è in questo spazio fragile, sospeso tra mistero e Storia, che il romanzo trova la sua direzione più autentica.


