L’autore ci propone un affresco del Quartiere Don Bosco e dintorni. Con estrema semplicità di linguaggio descrive il quotidiano, le passioni e le speranze di un ragazzo cresciuto lì.
Un approccio singolare al tessuto sociale romano, che peculiarmente, cambia volto di zona in zona.
Il racconto si svolge sullo sfondo di una Roma popolare, dell’amore per il cinema e di un fatto di cronaca che ha fatto storia: il rapimento Moro.
Su un set cinematografico, Guido Caffè, il protagonista, si guadagna qualche soldo, dopo la laurea, facendo la comparsa in un film sul sequestro dello statista.
La trama non segue un classico andamento lineare, ma si compone come un puzzle: inizialmente le informazioni sembrano vagare indipendenti, ma poi ci si accorge che tutte convergono verso un obiettivo: la risoluzione di un caso di omicidio; pretesto per descrivere un tessuto sociale molto sfaccettato, più volte etichettato dall’autore, con la parola “multi”, lasciando spazio a varie interpretazioni.
Un po’ inverosimile, ma forse neanche troppo, in un quartiere popolare romano, la confidenza di Guido Caffè con la attempata Commissaria Esther Palma, conosciuta nella tabaccheria di famiglia; non a caso luogo di incontro della comunità.
Nato il connubio tra i due, Guido Caffè si troverà coinvolto nel suo primo caso da risolvere.
Il modo di narrare dell’autore, tutto raccontato, sembrerebbe desueto, ma, in qualche modo, tiene il lettore in sospeso.
Interessante l’idea di prendere un fatto di cronaca degli anni ’70 e utilizzarlo come sfondo, per poi cambiargli il finale in un ipotetico spettacolo cinematografico.
Una storia in cui il narrato prevale sui dialoghi donando un tono storico al “raccontato” da una parte, ma lasciando il lettore un po’ al di là di un vetro, mantenendo una certa distanza nonostante il narratore in prima persona, che si concentra sui fatti.
Il tutto dona una nota retrò, ma al tempo stesso una certa originalità alla storia.


