Lo scrittore in pillole di questa settimana è PierNicola Silvis fresco vincitore del premio letterario “Franco Fedeli”.
Il libro (di un altro) che avresti voluto scrivere e il libro (tuo) che non avresti voluto scrivere
Non ho dubbi: “La spia che venne dal freddo”, di John le Carrè. Cupo, psicologicamente teso, terribilmente realistico. Nessuna concessione alle banalità. Per comprenderlo, devi ‘diventare’ il protagonista, e quando sei nella sua mente non ne esci più. Il libro che non avrei voluto scrivere? Ne ho scritto uno solo, ma, guarda caso, è proprio quello che non volevo. L’argomento è davvero terribile, mi ha fatto stare male. Purtroppo però era un libro ‘necessario’.
Sei uno scrittore di genere o scrittore toutcourt, perché?
Mi sto sicuramente avviando a essere uno scrittore di genere: cos’altro potrà chiedermi il pubblico o una casa editrice dopo “Un assassino qualunque”, se non un noir a fosche tinte? In realtà però quello che più amerei scrivere sarebbe una storia intimista. Per accontentare il mio animo ‘sensibile’ ho buttato giù solo un raccontino, si chiama “Le ore immote” ed è scaricabile dal mio sito. E, addirittura, è piaciuto a chi lo ha letto! Ma temo che resterà un fatto isolato: sono ormai omologato. Eppure, un giorno scriverò un nuovo ‘Fantozzi’ silvisiano, lo giuro!
Un sempreverde da tenere sul comodino, una canzone da ascoltare sempre, un film da riguardare.
Sul comodino terrei “Dieci piccoli indiani”, di Agata Christie, e “Venere privata”, di Scerbanenco. Poi, quando sarò sepolto, voglio avere con me “The dark side of the moon”, dei Pink Floyd, e il tema di “Un uomo, una donna”, di Francis Lai (le mie due anime, anzi, be’, ‘the dark side…’). Per il cinema invece riguardo sempre “Ecce bombo”, di Moretti, e tutti i film di Kubrick. Meglio non parlarne, perché sono indefinibilmente fantastici.
Si può vivere di sola scrittura oggi?
Forse sì: se imbrocchi un grossissimo successo, e sei davvero “creativo”, puoi vivere di rendita. Ma come si imbrocca un successone? Originalità? Bravura nello scrivere? Essere pompato ogni tre numeri dal lobbysmo dei magazine dei grandi quotidiani? O solo fortuna, forse? Chissà. Per il resto, meglio considerare lo scrivere un bell’hobby.
Favorevole o contrario alle scuole di scrittura creativa? Perchè?
Una domanda difficile. Occorre fare una summa divisio: per essere un buon romanziere devi avere creatività e metodo. La creatività, è inutile, o la si ha o non la si ha. Anche se uno prende spunti dalla realtà, dai quotidiani, prima o poi cozza contro la carenza di idee: se la realtà non la condisci con una fantasia portata per il pensiero laterale, e magari un po’ perversa, ti spegni subito. La creatività non può essere insegnata nelle scuole. Al contrario, il metodo – cioè il ‘mestiere’ della narrazione – può essere insegnato. Un burocrate impara negli anni il linguaggio burocratico, e lo stesso capita con gli scrittori: alla fine il mestiere lo apprendi. Ma attenzione: per diventare ‘buoni’ romanzieri occorrono entrambe le qualità. Mestiere senza creatività – e il contrario – non servono a nulla. Quindi ben vengano le scuole di narrazione, se insegnano a farci leggere cose scritte bene. Poi se uno ha anche fantasia e inventiva diventerà un ‘grande’. Per inciso: io non ho mai frequentato scuole, corsi, stage ecc. di narrazione. Ho imparato a forza di figuracce, sbagli e consigli di parenti, amici ed editor, che ho attentamente valutato; e poi leggendo, leggendo, leggendo. (paolo roversi)